Squarciasi però ad un tratto il vaporoso velo e mirano sull’irradiato fianco del monte la schiera formidabile del camuffato Monaco che stende ver loro la punta del ferro e li fa segno agli incessanti colpi. Trascorsi brevi momenti si ricongiungono e frammischiano le rotte nubi e tutto s’invola di nuovo alla vista.

Uno sgomento s’impossessa dell’animo dei guerrieri che vorrebbero arretrare, ma imperterrito Ubaldo fa sacramento di muovere da solo al castello se i suoi sono sì vigliacchi da abbandonarlo. Nessuno più ardisce mostrarsi restìo e riprendono più spediti il viaggio. Continuamente or da destra or da manca essi vengono saettati, e sempre al sollevarsi delle nebbie scorgono il Monaco colle sue bande che sul pendìo dei monti laterali procede a pari passo con essi.

Raggiunta finalmente è la meta, chè tocco hanno il confine della valle. Le montagne di fianco divergono allargandosi in anfiteatro chiuso in fondo dal Rosa che innalza al cielo i suoi candidi gioghi. Al principiare dell’erta sorge un quadrato castello che va agli angoli ed al centro munito di rotonde torri colle acute piramidali sommità vestite di piombo. Ne bagna un lato la nascente Sesia e dietro è cinto da una selva di larici i cui rami frangiati in verdebruno stanno vergenti al suolo. È il castello de’ Boniprandi.

Finiva il giorno; eransi dissipate le nebbie, taceva il vento. Quasi si fosse sciolto nell’aure o l’avessero inghiottito le rupi, il Monaco fatale era scomparso con tutti i suoi e completa ivi regnava la solitudine. Gli ultimi fuochi del sole, abbandonato il rimanente della terra, splendevano ancora sulle nevi dell’alpe e lo pingevano di quel colore soave che gli fe’ prendere il nome dal più vago de’ fiori.

Condusse Ubaldo i guerrieri e li collocò a conveniente distanza intorno al castello la cui ferrata porta era serrata saldamente; benchè non si scorgesse per le mura o sulle torri traccia di sentinella o d’abitante.

Furono alzate le tende; s’accesero ampie cataste, e molti militi raccolti nel bosco de’ larici trascelsero gli alberi che venir dovevano il mattino atterrati onde formare le macchine murali. Inoltratasi la notte, poste che furono le scolte di spazio in ispazio, posarono i guerrieri presso i fuochi che s’andavano spegnendo, e giacquero nel sonno.

Quando venne l’ora che salita la luna sopra le più alte vette mandò obbliquo dai nereggianti monti l’argenteo raggio al fondo della valle, e biancheggiarono le merlate muraglie, splendettero i plumbei culmini delle torri, l’audace Ubaldo, cui agitava il desìo di penetrare l’arcano di che pareva cinto quel castello, volle mirarlo vicino mentre tutto era silenzio. Colà quindi s’avvia a lenti passi, quand’ecco al suo appressarsi sorgere sulle mura il Monaco tremendo.

Arretra Ubaldo d’un passo, ma poi quasi da malìa incatenato si ferma, fiso tenendo lo sguardo a contemplarlo. Terribile allora non era quanto misterioso il di lui aspetto; le fosche lane che ricoprivamo, fatte men rudi dalla pallida notturna luce, segnavano perfetti contorni e parevano l’involucro d’un genio in umane forme. Immobile rimaneva in mesto e fiero atteggiamento.

Ubaldo sbandita prestamente ogni apprensione, alzata la destra con voce ferma, esclamò: «Invano, chiunque tu sii, ti ostini a difendere queste mura: esse hanno ricettato l’iniquo nostro nemico e debbono cadere. Cedi ai valorosi Sanguigni; cedi e risparmia la vita dei tuoi» — Giammai — fu l’unica parola che dalle labbra del Monaco pronunciare s’intese.

Due giorni dopo ogni cosa trovossi in pronto per l’assalto. Le mura del castello difese da risoluti alpigiani non offrirono agevole conquisto ai guerrieri d’Ubaldo. Il combattimento fu lungo, sanguinosissimo. Il Monaco presente per tutto infiammava il coraggio dei vassalli di Guido che tenevano con eroiche prove lontani gli assalitori. Ma dai cozzi tremendi d’un ferreo ariete sconquassata va a terra la porta e i guerrieri si scagliano precipitosi per entro, nel tempo stesso che superato il muro in più parti altri padroneggiano il vallo. Si pugna pei portici e nel cortile. Ubaldo che all’entrare erasi scontrato nel Monaco, nella folla lo perdette di vista.