«E salutare per duca il nostro Conte, e per duchessa la signora Beatrice. Ella sì saprebbe bene occupare quel posto come si deve. Io darei il sangue per vederle in capo la corona ducale. Mi punge però il pensiero che pare che il demonio vi ci si caccia per entro, poichè il messo venuto jeri sera mi disse che appunto in questi giorni il nostro Conte assalito dalla sua doglia al fianco, giace tormentato senza potersi levare.
«La doglia che lo prende di consueto. Ma sai che suole presto sparire, e giuocherei che a quest’ora è al tutto risanato e cammina e cavalca come potremmo far noi.
«Così fosse, che non frapporrebbe indugio a porsi a capo alle squadre, per venire a dar l’ultimo scacco alla malnata vipera divoratrice.
Facendo tali e simili discorsi erano giunti a vista di Milano, ed appressatisi alla Porta Comasina trovarono chiuso il ponte e calata la saracinesca, onde dovettero penare assai a farsi aprire ed intromettere coi compagni nella città.
Nelle contrade era un subuglio, una confusione, un movimento di popolo straordinario. Pressochè tutti, i signori, gli artieri, la plebe mostravansi muniti d’armi e ve n’aveva d’ogni specie; parte di essi n’andavano in compagnie ordinate; parte movevano in turba per le vie. Gli uni passavano gridando — Viva Estore; vivano i figli di Bernabò; viva Baggi e il Pusterla che ci hanno vendicati[3]. — Altri seguivano imprecando invece morte a questi ed acclamando — Filippo Maria legittimo Signore — Alcuni volevano s’andasse ad assalire il castello per ammazzare il Marliano che lo teneva per Filippo, altri all’incontro facendo sventolare le bandiere cercavano di formare grossa massa onde muovere alla volta di Pavia a prendere il nuovo Duca e qui condurlo in trionfo. Ve n’avevano eziandio di quelli che non andavano esclamando che — Viva Milano — e volevano si proclamasse la repubblica come nei primi tempi, ma questi essendo in pochissimo numero non esercitavano sulla moltitudine alcuna influenza. Per le piazze e pei crocicchii, sui gradini delle colonne o sovra carri e trabacche eranvi frati, magistrati, cavalieri che arringavano a tutta voce il popolo; ciascuno però oppostamente ed a norma soltanto dell’interesse di quei capi il cui dominio poteva essere per loro una fonte di migliori speranze. Or qua or là udivansi urli furiosi ed acutissime grida, e le campane di questa o di quella parrocchia suonare a stormo, e ciò perchè scontrandosi le contrarie fazioni nascevano risse sanguinose, e si moltiplicavano gli ammazzamenti. Insomma tutto concorreva a presentare il quadro d’una città senza alcun regime, abbandonata al furore dei partiti e nella quale l’ambizione, la forza, l’astuzia gareggiano con ogni mezzo onde afferrare il potere.
Il nostro venturiero Macaruffo sebbene durasse non poca fatica ad aprirsi la via col suo drappello frammezzo a tanto tumulto, pure godeva internamente alla vista di quel disordine ch’ei sperava propizio al progetto che aveva supposto volersi eseguire dal suo signore. Due o tre volte fu serrato d’appresso dalla plebe che lo inseguiva gridando — Dàlli al gobbo co’ suoi sgherri; ammazza, ammazza — ma le punte delle partigiane abbassate a tempo, le fisonomie intrepide e risolute, il non avere assise che indicassero a quale delle parti appartenevano li sottrassero dal periglio.
Pervenuti al castello di Porta Giobia, n’andarono lungo la fossa sino al Portello detto del Pozzo: quivi Macaruffo diede alla scolta che stava sul battifolle la parola d’ordine; questa comunicò l’avviso al Castellano e fu indi a poco calata la trave e que’ soldati ricevuti dentro.
Il dì seguente Macaruffo avido ed impaziente di conoscere a qual termine inclinassero le cose andò con arte interrogando or questo or quell’altro de’ capitani di masnada ch’erano nel castello, ma tutti ignoravano al pari di lui la somma delle vicende, nè potevano che abbandonarsi a fantastiche congetture. Vedendo riuscire vana l’opera sua, salì sul vallo, e quivi appoggiato neghittosamente alla torre fisava sulle campagne che gli si stendevano alla vista, uno sguardo acuto per iscoprire se mai qualche vessillo spuntasse sulla via dalla parte di mezzodì, o si vedessero luccicare punte di lancie od elmi, ch’ei teneva per fermo che il suo conte Facino non dovesse star guari a presentarsi sotto le mura di Milano e non dubitava, a causa di quanto aveva veduto il giorno passato, che, compresse le fazioni, si sarebbe prontamente impossessato della città.
Ogni qual volta questo pensiero gli si affacciava alla mente, i bruni e ruvidi tratti del suo viso esprimevano una soddisfazione, un contento singolarissimo. Ed in ciò, all’opposto di quello che naturalmente arguire si dovea, l’orgoglio e la brama delle prede o degli onori avevano lievissima o nessuna parte. Un sentimento indiviso, senza speranze, celato all’aria stessa, pur sempre vivo e profondo quanto essere lo può in anima umana, formava da lunghi anni la cura assidua e l’unico movente di quel Venturiero, il cui sformato aspetto, i costumi e la vita sprezzata e soldatesca facevano rassembrare il più duro ed insensibile degli uomini.
Mentre pure guardando dall’elevato baluardo nei sottoposti piani lasciava errare lo spirito fra le sue consuete idee, che i casi recenti vestivano di più lusinghieri colori, ode venire dalla parte della città rumore di grida festose e di plausi vivissimi. Discende frettoloso dal vallo, e scontra nel cortile vairii cittadini pervenuti a fatica a ricoverarsi nel castello, i quali circondati da una folla d’uomini d’armi narravano, che all’alba di quello stesso giorno era venuto a Milano da Monza Estore Visconti con molti armati ed aveva sconfitto i ghibellini che parteggiavano per Filippo Maria; e che sendo già gli animi disposti in favore di Estore dalle calorose ed incessanti prediche di frate Bartolomeo Caccia, presso i popolari avuto in estimazione di santo, venne il medesimo accolto e proclamato signore di Milano insieme al nipote Giovan Carlo Visconti nato dal sangue di Bernabò.