«Che ne pensi, Uguccio, di queste novità?
«Io per me ci ho un gusto pazzo (rispose l’altro) ch’abbiano fatta la festa a quel ragazzaccio frenetico di Giovan Maria.
«Sì: meritava veramente di finir male i suoi giorni. Ha fatto ammazzare tanti bravi signori e cavalieri che a dirlo è incredibile.
«Per lui far morire un cristiano se lo aveva come una bagatella. È arrivato per sino a dare il tossico alla stessa sua madre in Monza.
«Lo so; e poi uccise il Pusterla come se ne fosse stato il reo.
«Altro che uccidere! lo fece mangiare dai cani insieme coi suoi figli. Ma per provare s’era un’anima scellerata, senti che brutto giuoco si prese un giorno di me. Trovandomi io colle squadre a Milano, il nostro conte Facino mi comandò lo seguissi al palazzo negli appartamenti della Duchessa, ch’egli si recava a visitare. Entrati colà m’appostò per guardia in un camerone a cui mettevano capo due scale. Io passeggiava quivi sbadatamente con questa partigiana così in ispalla, gettando un’occhiata di quando in quando entro i vetri della finestra d’una stanza ove stavano alcune damigelle che attendevano a varii lavori. Ad un tratto sento un abbajamento infernale e vedo comparire da una scala e corrermi addosso sei o sette mastini che sembravano lupi affamati. Balzarono per addentarmi al collo, alle braccia, alle gambe e gran mercè ch’aveva l’armatura intiera colla buffa al viso e le manopole, altrimenti non avanzava di me neppure un osso; intanto ch’io mi dibatteva a tutte forze contro quelle bestie inferocite, indovina?... il Duca stava ad uno spiatojo e mi guardava ridendo smascellatamente insieme a quel satanasso di Squarcia Giramo. Liberatomi appena dai mastini ritornò il nostro Conte, e vedendomi ansante e rabbuffato mi addomandò che fosse avvenuto; io glielo narrai, ed egli portossi tosto dal Duca e lo minacciò di unirsi ai guelfi e di assediarlo nel suo castello, se non rendeva tostamente ragione dell’ingiuria a me fatta che prendeva come fatta a sè stesso, ed ebbe termine la faccenda con dieci fiorini d’oro dati a me, e cento colpi di curlo al canattiere che non aveva una colpa al mondo.
«Se non fosse stato il nostro Conte avrebbero invece appiccato te per avere malconci i cani del Duca, e sarebbe stato dato un premio a quell’altro. Questi principi della razza del biscione sono tutti d’una pasta velenosa, ed io li odio a morte, e ne vorrei vedere distrutta la stirpe. Quando spirò Giovan Galeazzo primo Duca, che fu padre di questo Giovan Maria, le nostre bande trovavansi a Parma e mi ricordo che il nostro Conte ragionando colla signora Beatrice manifestò certi pensieri sopra Milano, che mi davano la più gran consolazione del mondo, e sì che a quel tempo il Conte non era padrone di Pavia, Alessandria, Novara e tante altre città che possiede adesso e da cui può trarre molto maggior numero d’uomini e di danari.
«Per San Matteo! (esclamò Uguccio) quello era un colpo degno di lui: oh perchè non l’ha tentato?
«Nacquero in quell’incontro altri trambusti gravissimi e dovette recarsi altrove. Il bel momento (proseguì Macaruffo più piano, con un sorriso significante e aggrottando le ciglia) il bel momento, caro Uguccio, sarebbe questo! Chi ha forze bastevoli per poterglisi opporre? I ghibellini sono per lui; Ottobon Terzo, il Casati e gli altri guelfi se li mangia come la balena i pesciolini. Filippo Maria ch’è fratello di quegli che hanno scannato e che dovrebbe diventar Duca, se lo tiene in Pavia nelle sue unghie. Tutto presentemente andrebbe a meraviglia, ma farebbe d’uopo muoversi alla spedita onde non lasciar campo ai partigiani di Filippo d’unirsi e farsi forti.
«Ti giuro che per un’impresa di questa sorta non vi sarebbe uno solo de’ nostri uomini che non ci metterebbe allegramente la pelle. Diventare padroni di Milano! d’una cittadona sì splendida, ricca, così piena di belle donne!