Più tosto il fa per esser fra le belle.
Pecor. Giorn. XVIII.
Se come vennero personificate altre città e nazioni nascesse in capo ad un poeta epico o lirico o a chi si voglia, di personificare Milano onde far narrare da lui stesso le proprie vicende dal suo nascere sino ai nostri dì, egli è certo che s’aprirebbe un campo di cui non vi sarebbe il più vasto per esaurire tutti gli stili, tutte le immagini, le figure, i giuochi d’affetto, insomma tutto quanto è possible ottenere coll’arte del dire. Esso infatti avrebbe nel suo amplissimo monologo a descrivere i Romani in tutte le fasi della loro grandezza; farebbe passare in mostra i Galli e i Germani qui discesi, prima seminudi colle barbe arruffate, armati di clavi e di scuri; poi ricoperti di fitte maglie e pesanti armature colle lande e le mazze; indi calati di nuovo con penne agli elmi, loriche dorate, conducendo pesanti bombarde; ritornati in seguito con cappelli a tre punte e larghi stivali, portando moschetti e colubrine; e discesi finalmente colle assise succinte, la bajonetta al fucile, le artiglierie volanti. Avrebbe eziandio a ragionare a lungo della baldanza spagnuola, e far cenno persino delle aquile russe e delle lancie cosacche.
Il proposto soggetto dovrebbe poi essere specialmente fecondo di quelle pagine che la moderna scuola oltremontana chiama palpitanti, poichè racchiudono descritte con tutta evidenza le angoscie della disperazione, gli strazj della tortura, del fuoco e dei patiboli. Poche città per vero dire ebbero nei fasti de’ tormenti a vantarne del genere della quaresima di Galeazzo o dei forni di Monza, senza parlare delle gabbie di ferro, delle tanaglie, degli aculei, delle ruote, ch’erano leggiadrìe sociali, un giorno comuni a tutti i popoli europei. — E chi potrebbe in tale argomento dimenticare i mastini del duca Giovan Maria, che venivano unicamente nutriti onde squarciassero gli uomini, e coi quali inseguiva di notte i cittadini nelle contrade a guisa di animali feroci? — Il solo nome di lui faceva inorridire, eppure (ch’il crederebbe!) egli contava appena ventiquattr’anni quando cadde esanime sotto il ferro de’ congiurati.
Non erano trascorsi che due giorni da che aveva resa l’anima quel giovine sanguinario, secondo fra i Visconti nella linea Ducale[2], allorchè l’eroe di questa narrazione, Macaruffo, veniva di buon mattino alla volta di Milano con un drappello de’ suoi commilitoni, tutti soldati venturieri, appartenenti alle bande di Facino Cane, il più celebre e possente condottiero di ventura che fosse allora in Italia.
Il loro numero era di diciotto o venti; marciavano a piedi, disgiunti e senz’ordine. Portavano gli elmi, le corazze, i cosciali, ma scorgevasi che non curavano gran fatto il pulimento e la lucentezza di quegli arnesi, poichè oltre d’essere pieni d’intacchi e d’ammaccature apparivano tutti neri e irruginiti. Tenevano le spade a bandoliera e recavano neglettamente abbandonate sulle spalle all’indietro chi le alabarde e chi le partigiane.
Macaruffo fra quegli uomini d’armi poteva chiamarsi primus inter pares, vale a dire, che sebbene non avesse un grado speciale, poichè quella milizia non ammetteva distinzioni subalterne, pure a causa della predilezione del Conte Facino e della confidenza che gli era accordata, godeva verso gli altri di una supremazìa che sapeva esercitare a tempo debito, e, vuolsi dirlo, con profitto di tutti. Le sue forme però erano poco vantaggiose; una rilevata prominenza che aveva sul dosso lo faceva apparire tozzo della persona; il suo volto abbrunito dal sole mostrava lineamenti irregolari e rozzi sebbene i suoi occhi fossero sommamente vivi e penetranti. Era dotato di grande scaltrezza; instancabile nella fatica, d’un coraggio senza limiti, e consacrato con tutta l’anima agli interessi del suo Capo, di cui la moglie, la contessa Beatrice di Tenda, era stata sua antica signora.
Nato egli nelle alpi marittime entro il castello dei Lascari conti di Tenda, era cresciuto insieme alla Contessa, e fanciullo soleva prestarle ufficio di palafreniero, di guida, di porta-astore, quand’ella seguiva la caccia nei monti nativi, solendo ella trasceglierlo fra gli altri valletti, quantunque deforme, siccome il più pronto in ubbidire e il più destro di tutti. Divenuta sposa di Facino Cane, Beatrice ottenne dal padre che Macaruffo facesse parte del suo seguito; onde questi le stette lungo tempo ancora d’appresso, e palesava per lei in ogni incontro, misto alle memorie di patria e di famiglia, un sentimento di riconoscenza indistruttibile. Da ciò più grande sembrava rendersi il suo attaccamento verso lo stesso condottiero Facino, pel quale sentiva eziandìo quell’enfatica venerazione che sempre ispira nel soldato avido di gloria un capitano esperto, ardimentoso, che lo conduce spesso alla vittoria.
Camminava quella mattina Macaruffo di buon passo innanzi agli altri, e sembrava assorto in pensieri di tale natura che tutta gli occupassero la mente. La novella dell’uccisione del Duca era pervenuta al suo orecchio nella rocca di Canturio in Brianza, ove Facino lo aveva spedito coi compagni tre mesi addietro a rinforzo dei signori di quel paese, di fazione ghibellina, minacciati dai guelfi d’Incino; e quasi contemporaneamente aveva ricevuto avviso da parte di Facino stesso, il quale trovavasi ammalato in Pavia, d’abbandonare quella rocca e recarsi nel castello di Milano, lo che appunto eseguiva.
Dopo avere alquanto meditato tra sè allentò il passo, e lasciatosi raggiungere dal soldato che gli veniva subito dietro, gli disse a mezza voce: