«E voi non lo sapete?... Pur troppo è la verità!... Il nostro povero Conte chiuse gli occhi per sempre l’altro jeri a sera.
«Io non posso persuadermene (esclamò Uguccio).
«L’ho veduto io nel suo palazzo in Pavia disteso sopra un catafalco col padiglione di broccato oscuro ricoperto delle sue armi più ricche. Tutti gli uomini delle squadre recavansi a rimirarlo, e vi dico ch’era una compassione a pensare che un battagliero come il nostro Conte dovesse essere serrato giù a marcire fra quattro pietre. Per noi la sua perdita è la piu grande delle disgrazie. Egli era la perla de’ condottieri di ventura; il soldato con esso lui doveva bensì menare delle braccia, ma poteva poi essere certo del fatto suo, e le coreggie si foderavano spesso di buoni zecchini. I principi, le città andavano a gara onde trarlo dalla loro, e per averlo bisognava che mettessero lì pile d’oro e d’argento da riempierne le staja.
«Quando però egli s’era collocato agli stipendi d’una parte ci si adoperava davvero (disse Uguccio), e chi l’assoldava poteva incominciare a cantar vittoria; nè egli ritiravasi colle schiere prima che si ponesse capo alla guerra, come fecero il Branda e molt’altri, i quali dopo numerate le caparre passarono co’ loro uomini dal lato del nemico perchè offriva più grosse paghe.
«No: il conte Facino non commise mai di queste ribalderie. A Novi, Ziaratone che non fece per toglierlo al marchese Teodoro? Soltanto per determinarlo a levarsi dall’assedio gli promise in danaro il carico di quattro muli, e davagli il figlio in ostaggio. Ma tutto fu inutile, anzi ti ricorderai che Ziaratone rimase ucciso nell’assalto da Facino stesso.
«E fu adunque quella maledetta doglia nel fianco la cagione dalla morte del nostro Conte?
«Ohibò: i signori della veste negra, i dottori, che in Pavia son più numerosi delle zanzare, sostengono che è morto per il colpo nella testa che prese due anni sono qua in Milano, quando a motivo della sommossa del popolo, spingendo a corsa il cavallo, urtò nell’arco della porta interna del palagio del Duca, e perdette molto sangue. Vogliono che quella botta macinasse dentro dentro, sin che gli diede l’ultima stretta.
«Qual malavventura!... Ora che non abbiamo più il nostro capo che faremo noi? (proferì Uguccio con voce addolorata)... Staremo qui con questi Visconti a rischio qualche giorno da farci mangiare dai cani, e senza sapere nemmeno chi di loro comanda?... Si getteremo alla campagna coi banditi, o andremo ad offrirci a qualch’altro capitano? Vi sarebbero veramente lo Sforza, Braccio, e...
«Che osi tu dire? Saresti tu mai un traditore? (l’interruppe esclamando Macaruffo ch’era stato silenzioso sino a quel momento, immerso ne’ proprii pensieri). Perchè è morto Facino dovremo noi abbandonare vigliaccamente la sua casa, e lasciare che sfumino in un lampo tutte le conquiste che abbiamo fatte seco lui, spendendo tanto sangue e fatica? Non rimane forse Beatrice di Tenda, la nostra Contessa da noi sempre obbedita come Signora? Vorremo noi permettere che la vedova d’un Capo sì glorioso sia scacciata da’ suoi dominii, e venga oppressa ed avvilita come una femmina da trivio?
«A quanto pretendi dovremmo noi dunque rimanere sotto il comando d’una donna?