Beatrice proruppe in dirotte lagrime e i suoi singhiozzi troncarono la parola a Macaruffo. Questi commosso sin dall’intime fibre rimase incerto, ammutolito, ma dopo alcuni momenti forzandosi ad essere calmo riprese — «Alla Contessa di Tenda, alla vedova di Facino Cane non deve rimanere il solo conforto del pianto. No: basta il suo volere per farla risorgere in tutta l’antica possanza.
«Ohimè! (rispose flebilmente Beatrice) il mio volere è un nulla: io donai ogni cosa a quell’ingrato.
«V’ha ancora chi non conosce e rispetta per sovrano altri che voi» — disse il Venturiero con forza; poscia inclinandosi verso di lei aggiunse in tuono misterioso — «Le vecchie alabarde del Conte sono per noi; uomini di ferro maleati alle battaglie, che trasaliscono ogni qual volta intendono il nome di Facino. Guasco e il Frisone capitani delle bande a cavallo hanno fatto giuramento d’obbedirvi sino alla morte; i fanti del Taro conservano come una reliquia preziosa la bandiera da voi donata alla vittoria di Castel Leone, e non saranno restii alla chiamata... Tutte queste forze stanno, se il volete, in vostra mano. Fate che i capi intendano i vostri comandi, e le nuove milizie del Duca, i suoi vili cortigiani, i suoi sgherri scompariranno come nebbia al vento.
«Oh cielo! che mi proponi tu? (esclamò Beatrice con sorpresa e terrore) farmi ribelle al marito?... tentare di rapirgli il potere? Ah taci... taci...! Guai se alcuno giungesse a penetrare questo tuo pensiero! la tua vita...
«Non temete per me. So che qui cent’occhi ttraditori vegliano per sorprendere se potessero aanche i battiti del cuore. Ma se voi non eesitate a risolvere, le spade de’ vostri fedeli aavranno trionfato prima che i satelliti del Visconte ggiungano a scoprire il nostro secreto. Abbandonatevi aa noi; una parola, un foglio...
«No giammai! parti... lasciami... cela a ttutti questa visita fatale, annienta ogni progetto; iio te ne scongiuro.
Così parlando ella tentò allontanarsi, ma la trattenne Macaruffo dicendo con tutto il fuoco: — «Ah mia Signora, per la memoria di vostro padre, per voi stessa, cedete! richiamate nell’animo la risolutezza e il vigore dei primi vostri anni. Pensate che da voi sola dipende la possanza di quell’uomo iniquo che vi calpesta; che potete strappargli dal capo la ducale corona che gli avete cinta, e vederlo ai vostri piedi invocare la vita a nome del legame istesso che ora abborrisce, e che sta forse colla nuova druda pensando di spezzare per sempre.
La Duchessa tremante, impallidita, col petto ansante d’affanno, s’abbandonò sul sedile. Lottavano a lei nel cuore le più contrarie e crudeli passioni; vedeva a nudo il proprio stato; sentiva quanta fosse la perfidia del marito, la trafiggeva come acuta spada l’amore di lui per la Del Maino. Stette silenziosa, mandò lunghi sospiri; ma superata al fine la propria angoscia — «Egli non mi ama (profferì) pure gli perdono. Io sono sua, e sia di me ciò ch’ei vuole; non pretendo al suo dominio, nè concederò che si versi per me il sangue di tanti valorosi, che pur forse lo spanderebbero invano... So, o mio fedele, quale zelo ti anima per me; esso solo ti spinge a meditare un’impresa ardita, irreparabile, di cui tu il primo potevi esperimentare i perigli. Una prova di tanto affetto non si paga con tesori, lo comprendo: io nulla posso per te, ma la gratitudine mia sarà eterna, lo attesto a questa divina immagine (indicò il Salvatore) che riceve ogni giorno le mie preghiere... Ora tu va; deponi il pensiero della vendetta, riposa tranquillo poichè non dispero che s’abbia a far migliore tra poco il nostro destino.
Il Venturiero non osò rispondere; i suoi occhi erano ottenebrati, bollenti gli spiriti, trambasciato ed anelante il cuore. Abbandonò quella stanza rivolgendo a lei gemente un ultimo sguardo.
Nell’ora stessa della notte all’altra estremità del palazzo vegliava il Duca in convegno coll’astrologo Ebreo.