Chi ignorava la beltà di Evelleda, la prigioniera d’Oriente divenuta sposa del cavaliero Unfredo de’ Rodis?... Dal lago alle Alpi tutta la valle dell’Ossola risuonava delle lodi di lei e si portavano a cielo non solo le avvenenti sue forme, ma le virtù e la dolcezza soavissima dell’animo. Nel mirarla era un’estasi che infondevano in petto la leggiadrìa e la nobiltà delle sue movenze, l’armonìa della voce che serbava ne’ suoni alcun che di straniero e la luce celeste di che erano animati i suoi sguardi. Oh! gli sguardi di Evelleda superavano quanto mai l’immaginazione più ardente sa figurarsi d’incantevole e d’angelico: quegli su cui quelle nere pupille si posavano con tenerezza o con mesto sorriso provava in cuore un ineffabile commovimento e sentiva circondarsi da un’aura più pura.

Questo fiore di bellezza era nato sotto altri soli e dalle falde del Libano era stato trapiantato presso quelle delle Alpi. Il cavaliero Unfredo valente di braccio quanto d’animo ardente e vendicativo, offeso in cuore da secrete ingiurie, determinò sino dall’età sua giovanile d’abbandonare la patria; radunò una schiera de’ più prodi suoi vassalli Ossolani, fece voto di combattere per la liberazione di Gerusalemme e raggiunse in Oriente l’esercito dei Baroni Crociati. Ebbe parte nelle imprese più ardue e famose; venne ferito e si ritrasse a Bisanzio sotto la protezione de’ greci Imperatori. Ricuperata colà la salute e il vigore, tornò in Palestina ove capitanando una parte dell’esercito prese d’assalto una ricca città de’ Saraceni, di cui gli furono cedute in premio le spoglie. Egli trascelse per sè le più preziose; abbandonò l’altre a’ soldati, e dei vinti non tenne in suo potere che una donna bellissima fra tutte, madre d’unica fanciulletta, vezzosa come l’amore, la quale fu trovata dai guerrieri cristiani nel solitario harem custodita da due schiavi muti e neri al paro della pece.

Vinta Nicea ed Antiochia, Unfredo, a cui le ferite benchè rimarginate rendevano l’armeggiare penoso, volle far ritorno alle patrie terre, e caricate su una nave Pisana le conquistate ricchezze, afferrò le spiaggie d’Italia. Morì attrita dai lunghi affanni, anzichè toccasse i nostri lidi, la bella prigioniera saracena, e il Cavaliero le rese meno penosi gli ultimi istanti giurandole sulla croce che a lui segnava il petto, che avrebbe con ogni studio vegliato al bene dell’orfana fanciulla ch’ella abbandonava nelle sue mani.

Toccava questa appena il tredicesimo anno, nè altri che la propria madre conosceva sulla terra che potesse intenderla, guidarla e che le fosse di sostegno e d’aita. Vedendo la genitrice languire per mortale angoscia gemeva profondamente, sinchè giunta al punto estremo ne raccolse disperata l’ultimo sospiro e si dovette strapparla a forza dalla fredda salma di lei.

Per lunghi giorni le sgorgò incessante un pianto inconsolabile: alla fine però le tenere e più che paterne cure del generoso Unfredo le ridonarono la calma; cessarono le lagrime d’irrigarle le pallide delicate guancie, ed ei si dispose a condurla alla propria valle nelle mura dell’avito castello.

La fama delle sue gesta lo avevano preceduto: accorsero i vassalli esultanti ad incontrarlo ed ei ricalcò festeggiante dopo tanti anni di lontananza l’antico ponte del suo fiume nativo. Nel guerresco corteggio che lo seguiva attraevano gli sguardi di tutti i due schiavi Etiopi abbigliati nella loro barbarica foggia; ma ciò che destava più vivamente la curiosità generale era la fanciulla che sedeva sopra un placido e bellissimo palafreno guidato a mano da un paggio, ricoperta da fitto velo il quale l’avviluppava pressochè interamente.

Allorchè dopo molti mesi il dolore della perdita della madre fu alquanto più mitigato nell’animo della giovinetta, Unfredo che sentiva nascere in seno per lei ardentissima fiamma, la fece istruire nei sacri misteri di nostra religione e poscia rigenerare nelle acque del Battesimo. Profuse quindi tesori per rendere il proprio castello il più sontuoso che mai si vedesse e per prevenire ed appagare ogni lieve brama dell’adorata fanciulla, un di cui sorriso lo rendeva felice. Riconoscente essa pure a tante affettuose dimostrazioni del suo guerriero vincitore, benchè non lo amasse che quale amoroso padre, cedere dovette alle lunghe ripetute istanze e condotta da Unfredo all’altare con pompa regale divenne sua sposa.

Sorgeva il castello di Unfredo sulle sponde della Toce là dove questo fiume abbandonati i nativi dirupi, scende limpido e tranquillo ad irrigare l’esteso piano della valle dell’Ossola. Il ponte levatojo di quel castello rimaneva sempre abbassato, e sebbene numerosa schiera d’armati vi stesse a guardia continuamente, erane però a tutti libero l’ingresso, poichè colà venivano accolti con eguale cortese ospitalità il povero pellegrino, il ricco barone, il questuante eremita e lo sfarzoso Abate che vi giungeva cavalcando con gran seguito di monaci e di laici. Infiniti erano quivi entro gli scudieri, i paggi, i servi, tutti abbigliati con vaghe e ricche assise. Nei portici, negli atrii, sulle scale miravasi scolpito in marmo o dipinto lo stemma della possente famiglia de’ Rodis, ch’era una stella d’oro con due ali in campo azzurro, circondato da una nera fascia.

Le stanze superiori nelle quali abitava il Signore del castello erano tutte magnificamente addobbate; ma ove si poteva dire veramente esausto quanto mai il lusso de’ tempi sapeva creare di più sorprendente e ricercato, era la grande aula di ricevimento e l’oratorio di Evelleda. Nella sala entravasi per due ampie porte alle quali corrispondevano vaste finestre, divisa ognuna in due archi acuti sostenuti da sottilissima colonna spirale: ne chiudeva il varco una vetriata a colori su cui si diramavano simetrici arabeschi. Le pareti erano coperte da purpurei arazzi trapunti in oro: marmoreo era il pavimento ed istoriata la volta: i larghi sedili finamente intagliati, e sulle tavole, ricoperte di lastre di preziosi marmi, posavano gemmati doppieri. Sulla parete frammezzo alle porte d’ingresso stavano sospese a modo di trofeo le armi più ricche d’Unfredo: nel mezzo era collocato l’usbergo coi guanti, i bracciali e gli schinieri; a sinistra lo scudo collo stemma rilevato a cesello; a destra la spada e la lancia, ed al di sopra l’elmo di massiccio argento con cimiero d’altissime e candide penne.

Quell’appartata camera che nella dimora d’una ricca dama viene a lei unicamente consacrata e sta presso la stanza di riposo, servendo così ai misteri dell’addobbamento, come alle solitarie letture ed alle meditazioni, la quale ora noi chiamiamo Gabinetto, appellavasi nei bassi tempi Oratorio, poichè conteneva una specie di domestico altare avanti a cui soleva la Dama profferire le serali e mattutine preghiere. L’oratorio d’Evelleda non era spazioso ma rinserrava tesori. V’avevano due entrate, l’una da una porta che s’apriva nell’atrio vicino alla sala, e l’altra più ristretta che riusciva nella camera contigua ove era eretto il talamo nuziale. Di contro all’arcata finestra d’egual forma di quelle della sala, stava nell’oratorio una nicchia, dentro la quale sorgeva sopra un piedestallo il simulacro della Vergine col divino infante, coronati l’uno e l’altro di un serto di gemme: sul petto della celeste Madre pendeva appeso ad un serico nastro un’anforetta in un cerchio d’oro che conteneva un frammento del velo di Lei, reliquia rarissima acquistata per cento bisanti dallo stesso Unfredo in Palestina da un Maronita di Betlemme. Davanti al simulacro stava un ginocchiatojo tutto rivestito da ricco e morbido drappo. In giro alla camera vedevansi arche ed armadietti d’ebano e d’avorio, elegantemente intarsiati con fili d’oro e tempestati di pietre preziose: alcuni di essi rimanendo aperti, mostravansi ripieni di vasi lucenti, di cassette d’aromi, di odorosi unguenti; altri di fermagli d’oro, vezzi di perle, spille, colanne, braccialetti e di quanto può concorrere ai più sontuoso e variato femminile adornamento. Le seggiole andavano ricoperte di velluto azzurro frangiato in argento, e ad una di esse co’ bracciuoli, i quali avevano la forma di morbidi colli di cigno, pure d’argento, stava dinanzi un tavoliere su cui posava un vaso di cristallo cilestrino con fogliature in oro che conteneva i più vaghi fiori, e vicino v’erano varj libri in pergamena con leggiadre miniature. Da un lato del tavoliere stava un tripode in bronzo con coperchio a traforo che serviva ad ardere profumi, dall’altro lato eravi un elegante leggìo a cui stava sospeso un arpicordo saracinesco con bischeri d’oro. Dalla volta pendeva una lampada alabastrina sostenuta da tre catene in figura di serpi. La luce che dalla finestra entrava in quella camera era mitigata a piacere, poichè le ampie tende bianche e turchine che la fiancheggiavano potevansi variamente panneggiare, ed ora si simulava con esse il soave chiarore dell’aurora, ora la luce moribonda del crepuscolo e per sino il bianco irradiare della luna.