Varia poi e spaziosa era la veduta che s’appresentava da quella finestra, se ne venivano spalancate le imposte. Vedevasi l’intera corona degli alti monti che formano parete alla valle, e tutta la chiudono fuorchè a mezzodì ove ne lambiscono il confine le acque del Lago Maggiore; miravasi più da presso la merlata roccia di Vogogna eretta sopra scoscesa rupe, e scorgevasi nel piano il lucido esteso serpeggiare della Toce che toccava mormorando a quelle mura. Al di là del fiume quasi a prospetto sorgeva un edificio di semplice architettura ma che s’aveva del castello insieme e del convento: constava di massiccie mura, aveva porte e finestre ad archi acuti, ma non era merlato nè munito di torri. Tale edificio chiamavasi la Masone ed era ospizio de’ cavalieri Templari, i quali solevano ivi stanziare ogni qual volta recavansi in Francia o ne redivano.
Prediletto ad Evelleda era quell’oratorio ed ella passava in esso le più lunghe ore del giorno o con qualche fida ancella occupata ai lavori della spola e dell’ago, o da sola leggendo i canzonieri degli amorosi Trovatori, o traendo dalle corde melodiosi suoni. Talvolta nell’ora più tacita della sera ella univa a que’ suoni la sua voce: arrestavansi negli atrii i paggi ed i donzelli ad ascoltarla, sospendeva il passo per fino il rude arciero che stava a guardia a piè delle mura. Eravi in quel canto un non so che di nuovo che rapiva, era una melodìa ispirata da un altro cielo, da una più ridente natura.
Il raggio candidissimo della luna brillava sulle acque del fiume, ed illuminava la fronte della Masone dei Templari. Ritto nel varco dell’arcuata porta si stava uno dei guerrieri dell’Ordine appoggiato alla sua lunga spada; la bianca sopravveste eragli serrata ai lombi dal pendone della spada stessa, e in mezzo al suo petto si scorgeva un’ampia croce rossa. Teneva scoperto il capo, il quale aveva da nera inanellata capellatura rivestito, bruno e regolare era il giovanile suo viso. In atto mesto e pensieroso lasciava errare le pupille ora sulle correnti acque, ora sulla pallida verdura, ed ora le alzava al disco della luna. Ad un tratto un irrompere di dolcissime note tratte da sonoro stromento gli ferisce l’orecchio; guarda al castello di prospetto da cui quel suono partiva e quasi tratto da magica forza s’accosta alla sponda del fiume, onde meglio bearsi in quell’armonìa.
S’alza una voce... ma qual gioja inaspettata, qual soave sorpresa manifesta il Cavaliero del Tempio!... quella voce canta nell’armoniosa lingua dei poeti dell’Alambra, essa ripete gli accenti che richiamano al Yemen felice la memoria dell’avventuroso guerriero. Ecco come canta quella voce celebrando il suolo nativo.
«Mia sfera è l’Oriente, splendida regione, ove sorge magnifico il sole come un possente monarca e procede per le vie del giorno sempre serene: così una nave d’oro voga sull’onde azzurre portando l’Emiro di vasta contrada.
«I doni tutti del cielo furono versati sulla zona orientale: in ogni altro clima il fatale destino fa germogliare amari frutti a lato ai saporosi. Ma Iddio che guarda sorridendo le terre dell’Asia, la riveste de’ fiori più puri e accorda maggiori stelle al suo cielo, maggiori perle al suo mare.
«Quivi sono le ampie città che l’universo ammira. Laora dai campi fiorenti: Golconda, Cascemira, Damasco la guerriera, la reale Ispahan; Bagdad da baluardi coperta come da ferrea armatura, e Aleppo il mormorìo delle cui immense contrade sembra al lontano pastore il fremito dell’oceano.
«Misora è qual regina collocata sul trono. Medina dalle mille torri irte d’aguglie colle punte d’oro rassembra al campo d’un esercito nel piano che inalza sulle tende una selva di lucicanti saette.
«Chi non brama contemplare sì grandi maraviglie? Chi non desìa sedere su quei terrazzi simiglianti a canestri di fiori; o seguire nei prati l’Arabo vagabondo? Al cader del sole quando i cammelli s’arrestano spossati presso le fresche acque dei pozzi, la giovinetta bajadera intreccia la sua danza voluttuosa.
«Anch’io un giorno con passi infantili errando pensosa presso al chiosco solitario sotto i rami delle palme beveva l’aure imbalsamate che scendevano dagli azzurri monti! Ma ohimè! io non potrò mai più rivedere nè le palme, nè quei monti quantunque la mia anima voli incessantemente alle beate regioni orientali.