Armando di Nerra, tal era il giovine Cavaliero, fu scosso da quel canto sin nell’intime fibre del cuore. L’oriente era pure il suo sospiro: in oriente egli aveva appreso ad amare; quando l’oggetto de’ suoi deliri perì, egli da libero combattente divenne Cavaliero dell’ordine del Tempio, consacrando sè stesso e la sua spada alla Religione ed assoggettandosi ai voleri del gran Maestro.
Attese ansiosamente la sera successiva: una melodia parimenti soave lo venne dal castello a beare sulla sponda della Toce. L’incanto fu irresistibile. Seppe chi era Unfredo, lo riconobbe ed entrò nel suo castello da lui stesso accoltovi ed onorato.
Unfredo era oltre modo bramoso che distinti personaggi contemplassero il lusso e la magnificenza da lui spiegati entro le proprie mura; e siccome andava superbo di possedere una bellissima sposa, gioiva che venisse ammirata ed elevata a cielo da tutti: fiero e contento che gli altri invidiassero a lui quella beltà famosa, a lui già d’età provetto, a lui d’ispidi lineamenti, a lui che giovane in quella patria aveva dovuto subire l’umiliazione d’un rifiuto quando pretese alla mano di donzella uscita da un lignaggio ch’ei stimava paro al suo. Aveva abbandonata la terra nativa giurando di vendicarsi di quel disprezzo o morire: e la sua vendetta era completa quando alcuno proclamava non esservi nell’Ossola castello più ricco, nè sposa più leggiadra di que’ d’Unfredo. Raggiante di gioja, dopo avere fatto osservare gli atrii fastosi e le stanze più addobbate; condusse il giovine Templario nella gran sala ove fece dare annunzio ad Evelleda di presentarsi.
Esiste un’arcana relazione fra i diversi sentimenti dell’uomo, per cui allo svilupparsi di un solo, più altri s’intraveggono con secreto presentimento. Armando di Nerra al primo mirare avanzarsi dalla spalancata porta la Dama del castello, sentì con certezza che da nessun altri che da lei sola potevano essere partite quelle maravigliose note che avevano richiamate tante dolci e dolorose memorie al suo spirito. Unfredo nominò alla moglie il Cavaliero, magnificandolo per la nobiltà del sangue e le illustri sue gesta. Ella lo salutò con sorriso gentile, e allorchè si fu assiso in prossimità di lei e del marito, le chiese se recavasi allora nei campi della Palestina o ne retrocedeva. Rispose il Cavaliero che di là veniva e ritornava nelle sue terre di Francia per riabbracciare il padre cadente, che più non aveva veduto dal giorno che s’indossò la bianca sopravveste dei Templari.
— Oh voi felice (esclamò con trasporto Evelleda), che avete la bella sorte di ricalcare quel suolo ove apriste gli occhi alla luce coll’indiscrivibile consolazione di esservi atteso dall’autore dei vostri giorni! Quanti e quanti hanno posto il piede fuori della patria terra e non la rivedranno mai più! —
Queste ultime parole furono pronunciate con tutta l’espressione della soavità e della melanconìa, ed Armando assorto nel contemplare quel volto e quell’angelico sguardo che s’abbassò con tristezza, vi lesse la storia della profonda piaga d’un cuore senza amore e senza speranze. — Oh figlia di una terra prediletta dal sole, perchè non ho io pel tuo spirito languente un balsamo più dolce del frutto della palma, più del ditamo fragrante? — così susurrò a bassa voce in favella orientale il giovine Cavaliero e una gioja inaspettata si diffuse sul volto alla bella. Ma Unfredo s’alzò, onde fu forza ad Armando seguirlo, e ad Evelleda ritirarsi nelle proprie stanze.
Chi può descrivere i sogni d’una mente colpita dallo spettacolo incantatore della bellezza, d’una bellezza mesta e pensierosa a cui si sente il potere d’infondere nel cuore il sorriso della felicità? A tale immagine la fantasìa vagando fra il sereno e le rose, dà forma alle beatitudini eterne e si crede la favorita del cielo. Ahi troppo ingannata! poichè non sa che il destino alla coppa dei beni aggiunge irremissibilmente quella delle più crudeli amarezze.
Unfredo accolse più volte Armando nel proprio castello, sicchè questi divenne famigliare a segno, che pure allorquando il Signore n’era assente, o per sedere nel consiglio dei capi della valle o per seguire le alpestri caccie, entrava liberamente tra quelle mura e vi stanziava a suo talento.
Fragile è l’uman cuore e troppo possente incanto esercitano su di esso le grazie, gli amorosi sospiri e le dolci animate parole che giungono sommesse all’orecchio con un alito fragrante, carezzevole e quasi affannoso, allora quando si è liberi da ogni altro umano sguardo e il sole stesso non manda che timido il suo raggio a traverso i cristalli colorati e le tende!
Nell’oratorio di Evelleda troppo felici scorrevano le ore per lei, per Armando. Allorchè essa s’accompagnando con flebili o lieti suoni cantava a piana voce canzoni piu tenere dell’usato, il Cavaliero in un’estasi voluttuosa stava immobile contemplandola, sorreggendo il mento col braccio appoggiato sul morbido velluto del sedile di lei, e quando egli narrava le proprie imprese o ripeteva le novelle apprese sulle rive del Giordano dagli Arabi pastori, ella pendeva beata dalle labbra di lui, immemore per sino di sè medesima.