L’invidia rabbiosa e la vigilante maldicenza non concessero però che lunghi corressero quei giorni di felicità. Tronche parole, maligni sorrisi, inattese interpellazioni stillarono il veleno della gelosia nel cuore d’Unfredo: si fece cupo e taciturno, parlava rado e sulla moglie più non alzava che severo lo sguardo. Intese tremando Evelleda la giusta causa di quel cangiamento, e risolvette di sacrificare anche sè stessa al proprio dovere. Da fido messo fece recare un foglio ad Armando in cui dicevagli «Non doversi essi rivedere mai più; averli il cielo riuniti un istante per disgiungerli per sempre; solo giurava che vivrebbe nell’anima sua eternamente la memoria di lui, che pregava non dimenticarsi d’una infelice per la quale erano estinti tutti i beni della terra.

La disperazione s’impossessò d’Armando. Il pensiero di non più rivedere Evelleda era per lui tremendo come quello della morte: egli sentiva di non potersi staccare da quei luoghi, di non poter sopportare la vita se non le porgeva un addio, un ultimo addio, e se non udiva ripetere dalla bocca stessa di lei il giuramento di mantenere sempre impressa nel seno la sua immagine. Fece ogni cosa disporre per la propria partenza, e messo frattanto uno scudiero in agguato, quando seppe che Unfredo erasi allontanato a cavallo dal castello, ei vi si recò e penetrò nell’oratorio di Evelleda.

Scorse però breve spazio di tempo da che egli aveva posto piede in quelle soglie e già Unfredo, benchè discosto, n’aveva avuto avviso: rivolge a furia il destriero, galoppa per una via fra’ boschi, rientra nel castello e sale nella camera di riposo di Evelleda, da cui a passi sospesi s’affaccia alla porta dell’oratorio, e vede... oh che vede egli mai!... Il Cavalier del Tempio, un ginocchio a terra innanzi ad Evelleda, con ambe le proprie mani premevasi al cuore una mano di lei, ed essa seduta e colla faccia inclinata verso la sua lo inondava singhiozzando di lagrime e faceva forza per rilevarlo.

A sì tenero spettacolo la pietà imbrigliò il furore, e le dita di Unfredo rimasero un momento arrampinate al pugnale senza trarlo dalla vagina. Ma ohimè! non fu che un lampo: una crescente foga d’affetti vinse gl’incauti amanti, le loro labbra s’accostarono, s’unirono ed essi si perdettero in un bacio di delirio... Era il primo... e fu celeste quanto fatale. Il pugnale d’Unfredo s’infisse fino alla guardia nel cuore d’Armando, Evelleda acciecata con un ferro rovente perì fra gli spasimi: ruina e desolazione regnarono in quel castello dal quale Unfredo disparve senza che più traccia si trovasse di lui.

FINE.

LE NOZZE AL CASTELLO SCENE FEUDALI

PARTE PRIMA.

Sei giorni se n’andò mattina e sera