Per balze e per pendici orride e strane.
Dove non via, dove sentier non era,
Dove nè segno di vestigia umane.
Ariosto.
La campana del solitario villaggio di Arola dava i primi segni dell’Avemaria, ed il rimbombo di quei tocchi radi e prolungati spandevasi come una patetica voce per la ristretta valle a cui quel villaggio dà nome. Il cielo che da un lato erasi fatto d’azzurro bruno mostravasi verso occidente del colore dell’oro; su tutte le cime d’intorno e pei rialzi dei valloncelli vedevasi il fogliame imporporato, e l’ultima luce trapassando pel varco de’ monti scendeva ben anco al fondo della valle ove faceva apparire d’argento quei tratti di corrente del limpido Plino che le rupi e le piante non celavano sotto la nereggiante loro ombra.
Scendevano dal ripido sentiero che dall’erta metteva ai casolari le contadinelle, mandando innanzi chi le capre, chi un branco di pecore. Calavano drappelli di donne portando altre le gerla ed altre elevati fardelli sul capo; veniva di quando in quando un vecchio montanaro spingendo il somiero che mutava a fatica i passi sotto il pesante carico delle legna o del fieno. Alcuni di questi entravano negli abituri di Arola, varj passavan oltre, e procedendo verso inferiori disperse capanne valicavano il torrente sopra un ponticello là dove parte dell’acqua, artatamente divertita in altro canale, correva poco lungi a far girare le ruote d’un mulino.
Era già deserta interamente quella via e null’altro rumore udivasi, fuorchè quello che ad intervalli faceva la brezza vespertina tra le frondi, quando alla sommità del sentiero apparve un Pellegrino. Lo indicavano per tale il cappello a larghe falde circolari, la veste oscura che tutto l’avvolgeva colla sovrapposta dalmatica sparsa di conchiglie e il lungo bordone che portava. Camminava spedito, ma al vedere il gruppo di casolari e l’acuto campanile colla chiesuola formanti il paesetto d’Arola, di subito s’arrestò e poscia abbandonando il viottolo calò lungo la balza e si condusse al ponticello, lo passò, indi fermossi di nuovo ad esaminare il luogo onde prendere più certa direzione.
Cominciava già più vasta a regnare l’oscurità, chè avanzavasi la sera e meno rade scintillavano le stelle. Volgendo il Pellegrino gli sguardi per entro la selva di cui toccava il limitare, scorse fra mezzo ai tronchi degli alberi splendere un lume che sembrava trapellare da finestra o porta di non lontana abitazione. Si mise pel bosco, il quale constando di grossi castani poco stipati, offriva non disagevole passaggio e s’avviò verso la casa d’onde partiva quel chiarore. Era dessa il mulino. Dal lato della selva questo rustico edificio andava cinto da un muricciuolo di pietre che sorgeva a trenta passi di distanza dal caseggiato e inchiudeva un picciol orto, al quale faceva parete verso il canale una siepe di bianco-spino. Al centro del muricciuolo eravi praticato l’ingresso chiuso allora da rozzo cancello di legno. Là pervenuto il Pellegrino accostossi al cancello e prima di bussare, udendo dentro la casa parlare con voce molto alta, si trattenne un momento in ascolto.
Abbenchè la ruota fosse arrestata, lo scroscio che faceva l’acqua, cadendo per gli ordigni del mulino, non lasciava luogo ad udire distintamente le parole. S’accorse però che chi parlava era un uomo il quale doveva trovarsi seduto avanti ad un gran fuoco, poichè scorgevasi l’ombra della metà superiore della sua figura disegnata sull’impannata della finestra di prospetto e vedevansi le sue braccia alzarsi e distendersi con energici e rapidi moti. Al lembo della stessa impannata stava l’ombra d’un’altra mezza figura, ma questa rappresentava un bel profilo femminile che si sarebbe giudicato essere quello d’una statua, tanto era regolare ed immobile.
Dopo alcuni istanti il Pellegrino s’avvedendo essergli impossibile comprendere sillaba di quanto veniva profferito, percosse col suo bordone ripetutamente il cancello; nè sembrandogli d’essere stato inteso pronunciò sonoramente — Date ricovero ad un povero pellegrino! —