Orrende fila onde fu ordito un tanto
Delitto e il tacque alla futura istoria.
Romanzi-Poetici.
Non iscorse che un giorno e fu commesso un fatto esecrando. La misera Maria sorpresa all’improvviso presso il suo casolare venne portata a Monrigone e rinchiusa nelle mura del castello del Conte. Quivi vano è ogni suo grido, vano ogni pianto, poichè quelli che la circondano non hanno orecchio pei lamenti femminili.
Ma chi è mai colui che nella gotica antica galleria tutta guernita intorno di ampj oscuri quadri frammisti a corazze rugginose, ad elmi, ad azze, a daghe passeggia a lenti passi colle braccia incrocicchiate e gli occhi rivolti al suolo?... Oh tradimento!... Egli è il Pellegrino accolto sì ospitalmente nel mulino di Arola... lo stesso conte Jago Biandrate![11].
Mostra all’aspetto più di trent’anni: è alto, magro, con muscolatura risentita e nervosa. Ha spaziosa fronte, pallide le guancie che alquanto sceme rendono oblungo il suo viso. Nerissimi sono i suoi occhi e nera del paro la capellatura, una ciocca della quale gli sta ritta sulla fronte essendo nei rimanente fitta ma breve. Una striscia di barba ricciuta e bruna ma non lucida come i capelli gli contorna il volto passando sotto il mento bipartito. Nudo, slanciato, tendinoso gli si scorge il collo chiuso al confine dall’orlo trapunto del giustacuore color verde-bruno, spoglio in tutto d’ornamenti e che s’informa strettamente alla persona come i calzoni rossi che riveste, i quali gli scendono ristretti sino alla nocca del piede. L’unico oggetto che s’abbia sulla persona, il quale non consuona colla simplicità del vestimento è un cordone d’oro che lo cinge ai lombi nel quale porta infisso un pugnale col manico cesellato di argento in vagina d’avorio.
Benchè i suoi lineamenti rimangono quasi immoti, un certo fremito che gli erra sulle labbra, un leggiero corrugarsi della fronte ad intervalli, un tener fiso lo sguardo ora in un punto ed ora in un altro, mostra ad evidenza che la sua mente sta appuntata in immagini vive che lo scuotono dalle intime fibre.
Ad un tratto fermasi presso una finestra che guarda nel cortile rinserrato fra le alte merlate mura, al di sopra delle quali s’alza la torre del Castello. Guarda verso di questa, porge l’orecchio, ed udendo come il suono d’un gemito soffocato, che parte da quella torre, si ritrae dal davanzale con moto di dispetto.
Passava in quel mentre in fondo alla galleria il falconiero Tibaldo, confidente e Consigliero suo prediletto; ei gli fece segno colla mano d’entrare in sala, rimanendo immobile in prossimità della finestra. Quando gli fu vicino accennò col guardo la torre e disse:
«Che fa là dentro?