«Ebbene giuratelo su questa divina immagine!» — e porse innanzi a loro il Crocifisso che gli pendeva da un lato appeso ad un cordone.
«Lo giuriamo» — pronunciarono quei due unitamente piegando un ginocchio a terra e stendendo su quel Crocifisso la mano.
«Ora che siete legati con questa inviolabile promessa, io medesimo mi unisco a voi (proseguì l’Eremita), e quantunque non abbia mano capace di adoperare le armi, pure sono certo di prestarvi un ajuto di opere e di parole non meno valide ed efficaci. — Osservate nel breve giro di un giorno quanti alleati vi trovai nell’impresa. — Olà uomini di Vintebio, di Seravalle, montanari di Valsesia, uscite, venite ad abbracciare questi due nuovi vostri fratelli.
A tale chiamata balzarono fuori dalla casupula del Solitario e dall’interno della chiesetta varii contadini in diverso costume, armati chi di balestre, chi di scuri, chi di ronche, e si schierarono sul prato intorno all’Eremita, prendendosi in mezzo e stringendo con aria e con isguardi di viva intelligenza la mano a Gaudenzo e Bernardo, sorpresi oltre modo e giojosi di quella inaspettata comparsa.
«Udiste il giuramento che questi due prestarono di sacrificare nel periglioso cimento la vita? (domandò l’Eremita con voce grave e solenne). Ho bramato che vi convinceste con tutta certezza della loro decisa volontà e della fiducia che ripongono non in me ma nella onnipotenza di Quello che tutti ci regge. Ora voi stessi se viltà e codardia non v’invase, giurate che siete egualmente pronti a perire.
TUTTI.
Lo giuriamo.
EREMITA.
Quel Dio che conquise a Zebello le bande scellerate di Dolcino, che trarre volea nel lezzo dell’eresia e nell’infernale perdizione i popoli tutti di queste belle contrade, quel Dio sarà propizio alla nostra impresa. Colpirà la sua mano sterminatrice il feroce Biandrate che versò tanto sangue innocente proteggendo a tutto vigore gli iniqui Gazzari.
TUTTI.