Mentre assorto nell’angoscia disperata di tal pensiero stava immoto tra quelle tenebre mute e profonde, una voce sconosciuta profferì il suo nome a breve distanza da lui. Reginaldo sobbalzò a tal suono inaspettato, poichè non aveva udita in quella quiete sepolcrale movimento o respirazione che annunziasse la presenza di persona viva. Ridestato però tostamente l’usato ardire — «Chi sei tu? (esclamò). Palesati, e se mi conosci t’avvicina. Ho d’uopo d’una mano che mi guidi perchè son perduto in questa oscurità». — Così dicendo allungò la destra movendo in giro la spada per trovare ove fosse quei che lo aveva chiamato onde poterlo afferrare e costringere a liberarlo di là.
Il suo ferro però non potè incontrare corpo alcuno, e un gelo mortale gli corse per l’ossa, rizzandoglisi sul capo le chiome, quando udì presso all’orecchio la stessa voce pronunziare in tuon minaccioso le seguenti parole: — Reginaldo! tu sei in mio potere. Inesplicabile è l’arcano che ti circonda; nè tu uscirai da queste nere cave se non deponi il pensiero della vendetta. — Per alcuni istanti mancarono ad esso le forze, onde articolare un solo accento. Era quella forse la voce dello spirito d’abbominazione che regnava colà ove aveva presieduto alle orgie infernali degli adepti nel sacrilego dogma della Boema?... od era ella stessa revocata dal seno degli abissi ond’essere pronuba del nuovo delitto che si consumava nella chiostra di sue iniquità? — La di lui mente si turbò, gli si offuscarono le idee; profferì varii motti che parvero assentire a ciò che gli andava chiedendo quella voce, la quale poscia allontanandosi da lui l’invitò a seguirla. Egli si mosse e dopo avere camminato a lungo per una ristretta via nel tetro bujo, gli venne a ferire lo sguardo un leggiero bagliore. Avanzandosi con meno incerto passo pervenne ad una spaziosa Rotonda, nel mezzo alla quale ardeva sopra un’ara una fiamma azzurrognola. Elittica era la volta di quella camera circolare, lucido il pavimento e per tutto andava figurata ad emblemi tali da non potersi descrivere che co’ più impudenti numeri fescennini; compivano un giro intorno gran numero di porticelle che davano adito forse ad altrettante camerette. Presso all’ara vedevasi ancora il moggio di ferro, arnese sacro ai nefarj riti de’ settatori di Guglielma, che quivi avevano formato l’abside del loro sotterraneo tempio[14].
Benchè il lavoro degli anni avesse guasti con iscrostamenti le modanature ed i dipinti, pure ne rimaneva ancora più che a sufficienza per dimostrare che l’opera era stata fatta con tutta la squisitezza dell’arte che concedevano i tempi. Reginaldo nello stordimento mentale in cui trovavasi provò maggior ribrezzo e paura alla vista delle strane oscene figure ch’erano in quel sepolto luogo, le quali alla tremula e livida luce che spandeva la fosforescente fiamma dell’ara sembravano moversi ed agitarsi con magico sussulto.
Chiamato dall’incognita voce entro una delle molteplici porticelle che circondavano la Rotonda, esso vi penetrò e presto trovossi di nuovo totalmente nell’oscurità. Dopo molto andare, essendo disceso e salito a più riprese, giunse in luogo ove sentì l’aria rinfrescarsi ed alleggerirsi; travide un pallidissimo chiarore ed indi a poco pervenne ad un foro, che s’aveva l’aspetto della bocca d’un antro ingombro di bronchi e di spini, uscito dal quale si trovò nell’aperta campagna[15].
La luna coperta da bianco velo di nebbie mandava una smorta luce sui campi circostanti al di là de’ quali vedevansi sorgere le torri della città. Il Marchese non era più in se stesso, l’ordine delle sue idee s’era guasto e scomposto del tutto, i suoi pensieri aberravano. Fu rinvenuto il mattino a poca distanza di là seduto sopra un ammasso di pietre col sorriso della demenza impresso in volto.
Riconosciuto dalle persone accorse, fu ricondotto in Milano al proprio palazzo, ove gli si spiegò immediatamente una fierissima malattia che fece crescere in lui lo stato di delirio. Le sue genti ed i famigliari, pieni di stupore e di rammarico per sì strano e doloroso avvenimento, fantasticavano invano onde comprenderne la cagione; nè mancò tra essi chi lo attribuì ad effetto di malìa, di sortilegio, o d’altro diabolico potere; alla quale credenza oltre che già inclinavano con troppa agevolezza le menti in quella età, prestavano assai le parole che di quando in quando uscivano dalle labbra del Marchese, le quali palesavano trovarsi il suo spirito in preda al profondo terrore ed all’angoscia prodotta dalla presenza d’un essere malefico e formidabile.
Le molteplici cure che gli vennero prestate, scemarono alfine le forze del morbo, e a capo ad alcuni mesi, ricuperato in parte il vigore delle membra, cesse in lui la perturbazione dell’intelletto per cui potè riprendere le assuetudini della vita. Rimaneva però il marchese Reginaldo di continuo immerso in una grave tristezza; mai gli spuntava sulle labbra un sorriso, non profferiva quasi parola, nè oltrepassava la soglia di sua camera se non per recarsi in abito di lutto ad orare nella chiesa più vicina, ch’era di Monaci obbedienti ad una regola austera; e qualche rada volta couducevasi a passeggiare nel giardino d’onde però sembrava sempre rinvenire più oppresso ed afflitto.
Ma ch’era addivenuto mai della marchesa Cunizza? — Una falsa apparenza, un precipitato giudizio, avevano forse illuso il marito od era essa veramente colpevole? gioiva delle conseguenze del proprio fallo o le aveva questo già recati gli amari suoi frutti? Varie correvano le voci intorno ad essa. Alcuno asseriva ch’ella era stata rapita da un Cavaliero di Francia e trasportata in estraneo paese; altri pretendeva che si trovasse tuttavia in Milano, celata gelosamente nella casa d’un potente signore; e alcuni finalmente dicevano ch’erasi ritirata in un castello sul Ticino presso i suoi materni parenti. — Infelice! — Vittima della seduzione e d’un’anima appassionata, pagò il suo errore con una serie di quelle amare sventure che si concentrano nel cuore, e lo trascinano sino alla disperazione. La battaglia di Ravenna[16], gloriosa e fatale ad un tempo, aveva troncato l’ultimo filo di sue sciagurate speranze.
Riconobbe allora, ahi troppo tardi! i proprii falli. Benchè avesse facoltà di condurre signorilmente la vita lungi dal teatro delle sue colpe, ella volle a costo d’affrontare ogni umiliazione rientrare nella casa maritale, ove chiamavala il pentimento e il dovere.
L’error suo era grave, ma che non possono le lagrime spremute dal più sincero cordoglio? Il Marchese sentiva ch’egli andava mancando solo, deserto come pianta isterilita: la compagna de’ suoi giorni lo aveva abbandonato per sempre! viveva sconsolato senza sperare di rinvenire sulla terra chi gli recasse un istante di conforto. Quando un giorno la moglie gli si gettò ai piedi, pallida, estenuata con tutti i segni d’un lungo accoramento, soffocata da singhiozzi sì che non poteva formar parola, egli sorpreso, agitato da contrari affetti, stette esitando fra le smanie della vendetta e la commozione, ma quest’ultima vinse alfine, ei le stese impietosito le braccia e perdonò.