Il marchese Reginaldo Buoso partito pel suo castello di Cassano non fu reduce colla consorte che dopo alquanti giorni.
Nè trascorse lungo spazio di tempo che Cunizza cominciò a mostrarsi fuor dell’usato moderatissima verso le ancelle ed i servi della casa, ma d’un umore affatto solitario e restìo. Reginaldo benchè sorpreso dal cangiamento che avveniva in lei, essendo persuaso che avrebbe tosto riprese le primitive consuetudini, la lasciò tranquilla. Però s’avvedendo indi a non molto ch’ella aveva preso costume all’avvicinarsi della sera di recarsi tutta sola in giardino, nè rientrava nel palazzo che dopo gran tempo, gli nacque curiosità di sapere che mai quivi facesse.
Un bel dì appostatosi in sito opportuno, quando venne l’ora consueta la mirò discendere dalla gradinata nelle ajuole, arrestarsi colà per qualche istante di fiore in fiore come se attendesse a rialzarne i calici, poi condursi lentamente verso le piante, e appena giunta dietro i cespugli correre lesta lesta al cancello, aprirlo, uscirne, chiuderlo di nuovo e sparire. Egli allora recandosi da un’altra porta frettolosamente sulle di lei traccie potè osservarla nel momento che volgeva i passi ad una contrada appartata dal lato di Porta Nuova.
Maravigliato la vide accostarsi alla porta d’una casa d’antico aspetto che sembrava disabitata, ed ivi sospendere i passi e leggiermente percuotere l’imposta. Ei s’arrestò e stette in agguato osservandone ogni moto senza quasi trarre il respiro; ma allorchè mirò il pesante battente socchiudersi, ed ella dopo avere girato intorno un rapido sguardo penetrarvi come di soppiatto, lo stupore fece luogo in esso lui al sospetto più nero.
Stette un istante immobile, oppresso da atroci pensieri che si presentarono in folla alla sua mente.... Sola.... in tal’ora.... in quella casa deserta!... qual scellerato intrigo ve la traeva? — Oh colpo irreparabile all’onore, alla fede! — Impallidì: grondò sudore dalla fronte. Trasse la spada, corse a quella porta ne spinse con gran vigore l’imposta, la quale con sua sorpresa cesse all’impeto agevolmente. Passò d’un andito ed entrò in un cortile; era questi folto di sterpi e d’erbe selvatiche che sembravano non essere mai state calpeste da piede umano; i quattro lati dell’edificio che formavano parete a quel cortile apparivano in istato di totale deperimento. Cadenti li stipiti, le grondaje; sfasciati gli ornati e le cornici. Non ombra, non traccia d’abitatori.
Un’idea più scura, più orribile s’affacciò a Reginaldo a quella vista! Si rammentò che quelle erano mura maledette, abbominate, asilo d’empietà e di vituperio su cui pesava un secolo d’esecrazione, poichè quivi era stato il luogo de’ secreti convegni de’ proseliti di Guglielma, l’eretica Boema, l’amante del Saramita, maestra di nefande dottrine cui arsero per venti anni i cerei nel tempio, e poscia ne furono l’ossa tratte dal sepolcro e combuste sul rogo[13].
Dal dì che vennero inceneriti i resti dell’empia donna nessuno aveva osato prendere dimora colà, ed era destinato quell’edifizio a divenire per la sola forza del tempo un mucchio di macerie.
Mentre il Marchese coll’animo inorridito e in tempesta volgeva torbido l’occhio onde scoprire in qual parte potesse essersi ricettata Cunizza, ode in una delle camere terrene calpestìo di piedi. Sta in aspetto, e vede entro l’uscio di fronte lo svolazzo delle vesti d’una persona passante: si precipita in quella stanza e tosto ascolta uno strido e il tramutare di passi accelerati; seguendone il rumore trapassa varie sale, e penetra in un oscuro e ristretto corritojo, in fondo al quale s’accorge dal suono delle pedate che la fuggente discende una scala. Gridando e minacciando s’avanza verso quel lato, trova tasteggiando i gradini e cala velocemente esso pure.
Assai profonda scendeva la scala, e giuntone al termine s’avvide dal rimbombo della propria voce d’essere sotto ampie volte ma affatto tenebrose. S’arrestò, porse l’orecchio e più non udì alcun rumore: regnava in quel sotterraneo un silenzio di morte. Ritornò allora alquanto in se stesso, pensò al periglio cui poteva andare incontro fra que’ ciechi avvolgimenti, onde determinò ritornare sui proprii passi, affine di poter uscire da quella casa, farla circondare d’armati e sorprendere così la scellerata che lo tradiva.
Si volse, cercò brancolando la scala, ma dopo avere fatti qua e là varii passi nel vano, sentì d’essersi accostato all’umido e freddo sasso della parete: la seguì da destra e da sinistra sempre toccandola impaziente di rinvenire l’uscita, ma quel muro era per tutto chiuso e continuo. Si rimise più volte all’opera, ripetè diligentemente le ricerche, e quando alfine vide riuscire inutile ogni tentativo un secreto terrore gli ricercò le vene, poichè paventò d’essere disceso entro cieco fondo che avesse la scala fatta a ribalta, la quale fosse già stata rialzata, volendo la rea consorte lasciarlo perire colà per seppellire con esso lui la propria ignominia.