«Le dame a cui garba potranno giudicare almeno del suo valore, s’egli è desso domani il mantenitore del torneo» — così ella disse con fuoco e si scostò bruscamente dal marito, appressandosi all’orlo della fontana.

Questi la seguì attribuendo lo slancio inopinato di lei, ad un tratto di vivacità naturale, onde accostatosele di nuovo, riprese placidamente bensì ma con tuono ironico — «Conquistare il pallio d’onore nello steccato non sarà forse malagevole al giovine Gastone di Foix; egli è stretto in parentela ad una testa coronata, è Duca di Nemours ed i Cavalieri giostranti non avranno a biasimo di lasciarsi levare d’arcione da lui. Ma se facesse il cielo che Papa Giulio Secondo potesse venire a capo di comporre la santa Lega, per ricacciare di là dai monti queste galliche bande, vedrebbe allora il presontuoso garzone qual differenza v’ha fra le prodezze d’un torneo e quelle del campo, sentirebbe come sono affilate le spade italiane e come le mazze degli Svizzeri colpiscono grevemente.

Cunizza nulla rispose: il suo sguardo stava fiso sull’acqua lucida-tremolante della marmorea vasca nella quale si ripetevano i colori del cielo, su cui degradandosi le accese tinte dell’occaso davano luogo ad un crepuscolo d’amore. Essa era nella piu graziosa attitudine, e sì perfettamente immobile, che poteva rassomigliarsi alla Castellana incantata in riva alla fonte di Mondoro com’è descritta in uno de’ più leggiadri racconti delle Fate — Ma la sua mente ove vagava? con quali esseri stava in consorzio? che immagini seducenti le presentava la fantasia? — I suoi occhi, rivolti troppo intensamente sopra un punto solo, annunziavano il rapimento de’ suoi pensieri, nè bastavano certo ad incatenarli quivi sì a lungo i variati accidenti di luce offerti con successione continua dai mobili cerchii dell’onda.

Contemplò Reginaldo la sua bella moglie in quel meditativo atteggiamento, e non potè reprimere un secreto sospiro, poichè fu compreso ad un tempo da un soave sentimento d’affetto e da una vaga inquietudine. Le si appressò ancor di più e con dolce, espressiva favella guardandola amorosamente le disse: — «Sento con maggior forza in questo istante, come non dubito lo sentirà il vostro cuore, che intorno a noi v’ha una dolorosa mancanza. Noi non fummo benedetti di prole. Ah! se la Provvidenza ci avesse concesso un frutto della nostra unione tutto obblierei sulla terra, e sarei felice. Per ottenere un sì prezioso dono non v’ha sagrificio o voto ch’io non offrirei all’anime celesti! Qual consolazione per me se potessi chiamarvi madre di un mio figliuolo!... e potessi rimovere dalla mente il tristissimo pensiero che la nobile mia stirpe deve perire con me! Se voi già non possedeste tutto l’amor mio parmi che s’addoppierebbe a tale sospirato avvenimento.

La marchesa Cunizza fu scossa da questi accenti; guardò il marito con un languente sorriso, e passando un braccio nel suo vi si abbandonò mollemente. Essi entrarono così uniti nel viale sotto l’opaca volta delle verdi frondi.

Una lurida cenciosa Vecchia apparve in quel punto dalla strada presso il cancello del giardino. Dopo avere guardato per entro a più riprese traverso i rabeschi di ferro, sollevò pian piano la bandella e cominciò ad aprire il rastrello. Al cigolìo quantunque lento de’ cardini il mastino, ch’era quivi d’appresso, si diede ad abbajare a tutta gola. La Vecchia impaurita s’arrestò un istante; ma poscia vedendolo incatenato sì che non era ad esso possibile di slanciarsi sino a lei, penetrò francamente nei giardino. Raddoppiarono allora i latrati del fiero molosso che ardente negli occhi ed irto il pelo scuoteva inferocito la catena; ma la lacera vecchiarda non punto sgomentata da quell’ira impotente, disse con ischerno rivolta all’incollerito animale — «Tu non mi vuoi; no eh! non vuoi la povera Zarlatona, ma io a tuo dispetto ci son venuta e ci tornerò; v’è qualcuno qui che comanda più di te e che... cosa sai tu brutto cagnaccio?... sì brutto... abbaja pure, ma quand’ella verrà tacerai subito come un poltrone... ah, ah, ah!» e la Vecchia sogghignando volse altrove il capo ad osservare. Aveva costei una fisonomia che appalesava la malignità, l’accortezza più vigile e raffinata; era grinza e gialliccia la pelle del suo volto, i pomelli sporgenti delle sue guancie mostravansi pezzati di colore violaceo; aveva gli occhi piccioli incavati e chiari, ed i capelli colore della cenere: nè gli anni mostravano d’avere consunto o istupidito alcuno de’ suoi sensi.

Essa poste le braccia sotto una falda di sdruscito e rattoppato traliccio, che portava per grembiale sopra la gammurra, e raccolte così le mani al petto si pose a recitare ad alta voce un’orazione, come usano i pitocchi presso gli usci per avvertire di loro presenza chi fosse disposto a porgere ad essi l’elemosina.

Il cane continuava a latrare rumorosamente, ed i suoi urli divennero più forti e iterati quando senti la voce sgridante del padrone, ed una pedata avvicinarsi frettolosa. Il marchese Reginaldo sdegnato per l’importunità e l’audacia di quella femmina miserabile, chiamava i servi onde ne la scacciassero, e rimproverava acremente perchè non fosse stato chiuso con diligenza il cancello; nello stesso mentre Cunizza veniva colà ispeditamente come per ispiare chi vi fosse. La questuante non cessò dalla sua cantilena sin che non la vide giunta vicino, allora vi fu tra essa e la Marchesa uno scambio lestissimo di parole sommesse, e nell’istante che la Vecchia s’allontanava a passo celere uscendo dal giardino, Cunizza faceva atto di riporre alcun che nel seno tra le pieghe della veste.

Venne quivi correndo nello stesso momento un servo, munito di grosso bastone, seguito dal giardiniere da guatteri e da mozzi, ma non yedendo che la sola Marchesa, la quale stava accarezzando il cane già caduto in bonaccia, chiuse il cancello rivolgendo a doppio giro nella toppa la chiave e tutti si ritirarono. Sopraggiunse il Marchese; s’appressò esso pure a palpeggiare il collo e il muso al suo tigro, il mastino, che festoso dimenando la coda lambiva la mano ora all’uno ora all’altro de’ padroni, i quali poscia si ricondussero passo passo nella casa, cominciando allora a luccicare nell’azzurro le prime stelle.

Il dì seguente fu dato in Milano il torneo nella casa del governatore d’Amboise siccom era stato annunziato; ed il giovine duca di Nemours, Gastone di Foix, che n’era il tenitore, contro di cui si provarono alla spada ed alla lancia i combattitori più valenti, ricoprissi di gloria, tutti di gran lunga eclissandoli colla sua prodezza. I nobili spettatori lo applaudirono ed acclamarono a gara, e le belle ammiratrici unendo spontanee i loro omaggi a quelli che rendevansi all’eroe del torneo, fecero rimarco ch’ei non s’aveva nel bel sembiante improntato alcun segno di letizia, nè manifestava la vivacità e cortesia, che sapevansi essere proprie di sì gentile e distinto cavaliero.