«Farò quanto a voi piace: ma non so tacervi che avrei desiderio che le nostre genti fossero allestite pel viaggio all’alba del giorno.

«Sia come v’aggrada». — essa rispose chinando di nuovo leggiermente la testa.

Scesi che furono nelle ajuole, rimandarono il paggio poichè non v’era più d’uopo di parasole, e s’innoltrarono pel viale da minuta arena ricoperto ed orlato da fiorellini d’ogni specie; quel viale giungeva al bacino della fontana indi s’internava fra i recessi delle piante.

Dopo avere fatti alquanti passi assorto tra sè e sè, il Marchese ruppe di nuovo il silenziodicendo con voce animata e quasi sdegnosa:

«Domani il sire d’Amboise[12] terrà torneamento nello steccato che fece erigere con sfarzose loggie nel cortile del suo palazzo a Porta Vercellina.... Superbo Francese!... credendo forse ch’io mi tenessi onorato di potervi intervenire mandò due volte li scudieri a farmi invito: risposi loro replicatamente che in tal giorno avrei abbandonata la città... Mischiarmi con quegli arroganti stranieri! che ci conquistarono per tradimento, che il nostro legittimo signore, il nostro Duca presero prigioniero colla più scellerata frode, e fecero perire di stenti in tetro carcere!... Infamia!... Ci vadi il gran Maresciallo, ci vadi il Da Corte, lo Stanga; essi li ajutarono a impadronirsi del nostro paese, essi sono degni di applaudirne le gesta. Ma Reginaldo Buoso nutre un astio che non si estingue: se sapessi che alcuno de’ miei attinenti intervenisse al torneo, tosto lo dichiarerei mio nemico, come per me già lo sono tutti coloro che non giurarono odio eterno a quei di Francia.

La marchesa Cunizza durante il discorso del marito aveva sempre tenuto abbassato lo sguardo; all’ultime di lui parole un vivo rossore era apparso e sparito come un lampo dalle sue guancie, ed essa stringeva il labbro inferiore fra’ denti. Il Marchese aveva già d’alcun tempo cessato di parlare quand’ella rilevò lentamente la testa, e come rivenisse da pensieri affatto diversi, disse sommessamente ma con voce di sorpresa.

«Egli è dunque domani che si tiene il torneo?... Sì presto?... davvero io l’ignorava». Poscia aggiunse in tuono più risoluto — «Vi sono grata che abbiate stabilito di passare un tal giorno lungi da Milano; il rumore delle feste non mi reca che noja e fastidio.

Il Marchese le rivolse uno sguardo di gratitudine e di compiacenza, chè quella spontanea dichiarazione uscita dalle labbra di lei le parve una delicata deferenza alla propria volontà. Ella proseguì con accento moderato e quasi timido:

«Vanno però dicendo che debb’essere splendidissima la giostra del Gran Maestro, e che essa è data ad onore d’un giovine cavaliero de’ Reali di Francia che proclamano valentissimo nelle armi.

«Sì: egli è Gastone di Foix nipote del Re, quegli che qui venne da alcuni mesi colle lancie di Normandia; ed al quale presentemente fu dato il comando di tutto l’esercito d’Italia. I suoi lo portano a cielo per valore militare e vigorìa di braccio: ma, somme stelle! gli sponta appena la barba sul mento, e per l’onor mio m’ha più l’aspetto di garbare alle dame che d’atterrire in guerra i nemici.