L’ombra delle piante s’allungava; facevasi più bruno il verde del fogliame, e spiccava maggiormente il variato colore de’ pennacchi delle campanelle, de’ bottoni fioriti che a forma di mazzo sorgevano ne’ grandi vasi posti a scalea sulla balaustrata marmorea che fiancheggiava la gradinata.
Le imposte delle finestre e della porta finalmente si spalancarono, e come negli antichi teatri al cominciare d’un dramma usciva qualche bizzarro personaggio a declamarne il prologo, il primo ad apparire dal palazzo fu uno scimiotto che balzò fuori saltellando, e trascinandosi dietro una cordicella attaccata ad un anellino che gli pendeva da un cerchio metallico che s’aveva intorno al corpo. S’arrestò un momento a guardare in qua e in là poi s’avviò verso il canile, dal quale alzatosi il mastino gli uscì incontro ringhiando, ma non potè scostarsene che di pochi passi, poichè ne lo impediva una salda catena che lo teneva al collare. La beffarda bestiuola fece mille salti e smorfie innanzi al prigioniero, poi fuggì via cacciandosi per entro i viali. Venne accorrendo un Nano a tutta lena, ed inseguì la scimia, sparendo entrambi alla vista fra l’ombra delle piante.
Comparve dopo il Nano, un bel fanciullo valletto o paggio che fosse, coll’abito a quartieri di differenti colori, portando un ombrello scarlatto con frangie d’oro; fermossi sulla spianata a breve distanza dalla porta. Dentro di questa s’udì suono di pedate, poi nell’oscurità in fondo alla sala si scorsero due figure che venivano avanzandosi; esse prendevano lume a poco a poco; erano una dama e un cavaliero. In vicinanza al limitare avendo la parte anteriore della persona fortemente rischiarata dai caldi sbattimenti della luce esterna e il rimanente del corpo restando nel nero dell’ombra, rassomigliavano a certi ritratti appesi in vecchie gallerie di cui il tempo e la polvere fecero crescere gli scuri oltre modo. Uscirono fuori al fine essi pure l’uno a fianco dell’altro.
Quand’io avverta che la scena si passa in Milano, nell’anno 1510, nel palazzo del marchese Reginaldo Buoso, che quel cavaliero era il Marchese stesso, e quella dama sua moglie la marchesa Cunizza; ch’egli era presso d’età ai cinquant’anni ed ella ne aveva una ventina di meno, il Lettore se è alcun poco artista pittorico, o amatore delle antichità si figurerà agevolmente come fossero abbigliati ambidue.
Se poi fosse un’agiata Leggitrice, che affaticare non volesse la fantasia, e per caso si trovasse seduta sopra il morbido divano presso il tavoliere d’acajou, allunghi la mano al suo Album e si compiaccia d’aprirlo e di sfogliarlo. — Passa una capanna della Svizzera, passa una veduta di Napoli, passa la testa di un leone, passano le ruine a chiaro di luna, passa un amorino, passa un eremita nel deserto, passano fiori, navi in burrasca, urne, ritratti; l’acquarello, l’acquatinta, il pastello, la semplice matita, la penna, l’olio, tutti in somma i metodi e gli stili furono posti a contributo per formare quel libro che racchiude in picciolo volume i tesori d’una pinacoteca, allo stesso modo che una goccia d’essenza contiene l’odore di migliaja di rose. — Ma che non vi si trovi ciò che fa d’uopo per noi? — Non v’ha un fatto storico, uno schizzo, quattro tocchi gettati là da mano maestra, una figura segnata col vero spirito caratteristico dei tempi, che dir si possa il tipo del marchese Reginaldo quale apparve nel giardino nel momento in cui lo descrìviamo? — Oh vi sarà di certo; ecco qual egli era.
Testa alta, portamento grave; il destro braccio ripiegato sul fianco, la man mancina posata sull’elsa della spada; calzoni stretti alle forme, giustacuore arricciato intorno alla persona, maniche larghe, collaretto a lattuga inamidato con punta di merletti, su cui sorge la testa come se fosse su un bacile d’argento. Ha il capo scoperto; grigi i capelli ma folti ancora, specialmente alle tempia e alla sommità della fronte. I tratti del suo viso sono risentiti; la pelle n’è rossiccia, e alcune pieghe, che si potrebbero dir rughe, la solcano ove circolarmente, ove a raggi; non ha mustacchi, ma porta sul mento una breve ciocca di pelo che s’allarga all’estremità. Il carattere di sua fisonomia indica fierezza ed alterigia, temperate però dallo sguardo che spira certa quale bontà cavalleresca.
Non così agevole sarebbe il rappresentare con tinte evidenti quella che gli stava a lato, vogliam dire la marchesa Gunizza sua consorte, giovin donna il cui aspetto ora eccessivamente mutabile, ora freddo impassibile, non lasciava luogo che difficilmente a penetrarne i pensieri e le passioni. Quanto al suo abito esso consisteva in una veste intiera di broccato color marone sparsa di pagliette d’aurei fili. Portava una cuffia con punta scendente nel mezzo alla fronte, ornata intorno di trine tessute d’oro, sotto le quali si nascondevano pressochè interamente i suoi nerissimi capelli rimandati senz’arte dietro le orecchie. Aveva pallide le guancie, colorite le labbra, nere le pupille. Belle e dilicate sono le sue forme; i tratti del suo viso attraggono lo sguardo e si stampano profondamente nell’anima, per l’indefinita espressione che vi erra, truce ad intervalli, addolorata, o ridente, quale suole appalesarla chi chiude nel cuore un grave secreto.
Procedette a paro al marito sulla spianata sin presso la gradinata del giardino, alla sommità della quale entrambi s’arrestarono, tratti quasi involontariamente a contemplare il luminoso spettacolo della caduta del sole. Il cielo d’occidente che sta loro di prospetto pare di fuoco: su quel fondo avvampante si disegnano con linee decise le masse ombrose delle piante, e vi si distinguono le chiome dell’elce, del bosso, del cipresso, del pino. Fra le minute foglie trapassano infiniti raggi brillanti, e v’ha nell’aria un non so che di vaporoso, che come fosse un velo d’oro e di porpora, pare discenda a ricoprire le cose. Il getto d’una fontana che ricade con grato mormorìo nell’ampio bacino, riflette al pari d’un prisma di cristallo tutti que’ splendidi colori.
«Magnifico tempo!... Se domani e ancora si bello il cielo fruiremo infinitamente di nostra gita al castello di Cassano» — così disse il marchese Reginaldo rivolgendosi con affabile sorriso alla moglie e porgendole in atto dignitoso sostegno della mano nella discesa de’ gradini.
La Marchesa fece una lieve inclinazione di capo e appoggiando alla sua la propria destra — «Avete deciso che si parta per tempo?» — chiese in tuono di non curanza discendendo.