«Ed era il primogenito del Conte che v’aveva guardato? — l’interruppe chiedendo Agnese, la quale fatta immobile ascoltava con tutta avidità quel racconto.

«Egli appunto (timida rispose e con piana voce Ingelinda). Io non osai più durante l’intera celebrazione levare lo sguardo verso quella parte, neppure da sotto il velo, e compiuti i santi riti, quando uscimmo dalla chiesa progredii tutta in me raccolta cogli occhi a terra sin che riposi il piede nella casa dello zio, poichè m’era rimasto in petto un insolito turbamento. Quivi m’attendevano, conscie di mia venuta, varie giovinette, amiche di vostra famiglia, le quali mi fecero gioviale corona e seco loro mi condussero sul loggiato onde godere della piacevole veduta delle adorne contrade e della moltitudine de’ passaggieri. Di là su, mentre io guardava ammirata ogni cosa mescendomi all’allegro favellìo di quelle compagne, veggo avanzarsi alla nostra volta sopra superbi destrieri bardati di velluto, due leggiadri giovani pomposamente vestiti con cinture vermiglie trapunte in oro.

«Uno d’essi sarà stato il Cavaliero?

«Sì. Al riconoscerlo tremai tutta, poichè sembravami che l’altre dovessero avvedersi dell’agitazione prodotta in me dal suo apparire. Egli passando sotto il loggiato vi gettò varii sguardi, e s’allontanò lentamente non senza rivolgere a più riprese il capo. Essendovi varie fanciulle colà su, io per buona sorte non venni scorta o particolarmente distinta. Il giorno seguente poi avviandomi al passeggio collo zio e il fratello, usciti da San Graziano fuor di porta, lo rividi fra comitiva di nobili signori che veniva alla volta d’Arona e m’accorsi che intorno al farsetto, in luogo della cintura vermiglia, se n’era stretta una bianca screziata di color di rosa come era l’abito mio. Stavagli impresso in viso un certo pallore, che nel dì antecedente non gli aveva veduto e che ne rendeva i tratti ancor più nobili e belli; mi rimirò vivamente e fece atto d’inchinarsi a salutarmi, ma in quel punto mi diedi a parlare collo zio, e mostrai di non avvedermi di lui.

«Oh così aveste voi animo di fare?

«Lo feci: però confesso il vero, cara sorella, che la notte, mentre cercava d’abbandonarmi al sonno, egli sempre si presentava alla mia mente e lo vedeva da prima con tutta dolcezza rimirarmi, poscia a causa di mia severità dipartirsi da me afflitto, sdegnoso, e sentiva di ciò un pentimento, una doglia grave inusitata al cuore. Avrei voluto allora non essermi mai staccata dai fianchi di mia madre e proponevami di tostamente farvi ritorno per obbliare quella seducente e tormentosa immagine.

«E che fu?

«Appena alzata, vedendo mio fratello s’allestire per la partenza, pregai istantemente lo zio mi lasciasse seco lui redire alle mie case. Fu invano. Chiedevami quasi piangendo il buon vecchio, se temeva che appo lui m’avesse alcuna cosa a mancare, mi offrì vezzi, abiti, doni d’ogni sorta e ripetè il comando che io dovessi venire considerata ed obbedita al pari di lui medesimo. Mi fu forza il cedere; mio fratello partì da solo, ed ohimè abbandonai il mio animo ad una lusinghiera aspettativa! Il Cavaliero ripassava ogni giorno dalla casa, io lo vedeva e andava in me crescendo una tenera ansiosa cura che occupava ogni mio pensiero. Un mattino che seduta, ricamando un nastro presso le imposte del balcone attendeva ch’ei passasse, poichè n’era l’ora consueta, venne la Lisia a porsi a canto a me. Quando il Cavaliero trascorse a lenti passi la sottoposta via, quella fante sogguardandomi con certo malizioso sorriso mi disse — Conoscete voi quel giovine e bel signore che passa? — Io mi feci di scarlatto in viso e risposi che no — Egli è (aggiunse Lisia) il figlio del Conte signore del nostro paese, al quale ognuno presta omaggio ed obbedienza; è ricchissimo e potente ed il più bello e valoroso giovine di tutte le terre del Lago. Ei vi conosce e so di lui tal cosa che vi farebbe andare orgogliosa fra le fanciulle d’Arona e fors’anco della stessa Milano — E che sai tu? — non potei astenermi dal domandarle — So ch’egli è preso per voi da ardentissimo amore. —

«Ah Lisia! Lisia! — esclamò Agnese dimenando il capo.

«D’onde apprendesti una tal cosa? (soggiunsi io) e chi ti fa ardita a tenermi somiglianti ragionamenti? — Non v’avrei mossa parola (rispose Lisia), se non fossi ben certa che l’amor suo è onesto e sincero. Che tale ei sia ve ne faccia prova la protesta uscita dalle sue labbra che se voi lo amate d’eguale amore, egli vi si vuole dichiarare fidanzato e non dubita d’ottenervi da suo padre in donna, poichè è istruito che il vostro sangue non è volgare ed avete facoltosi parenti. Qual consolazione, qual trasporto recassero in me questi detti non è possibile descriverlo; il pensiero di diventare la sposa di lui che colla sola lontana presenza formava tutte le mie delizie, superava ogni piu ardita speranza.