«Voi avete però abitato sempre a Lesa, come avvenne mai che foste conosciuta da quel giovine Cavaliero che aveva stanza ad Arona?
«Soleva lo zio Corrado, vostro padre, ogni qual volta veniva a Lesa far calde istanze presso mia madre onde mi lasciasse andare ad Arona per ivi soggiornare seco lui alcun poco, poichè diceva il buon vecchio che vedendomi in casa gli sarebbe sembrato d’avere ancora la sua Agnese, giacchè vi teneva come perduta da che v’eravate rinchiusa in questo lontano monastero.
«Ottimo Padre! di mio volere non l’avrei abbandonato mai; fu la Badessa nostra parente, che qui mi volle. Ma proseguite, o cara.
«Dopo tante e tante replicate istanze, due anni sono finalmente mia madre mi concedette di trasportarmi in Arona all’occasione della festa della natività dell’Immacolata Bambina, la quale come sapete viene colà celebrata con tutta pompa. Mia madre, — ah! la sventurata non sapeva di quai fatali avvenimenti essere causa doveva quella partenza, — riempi il fardello di mie vesti piu ricche e sfarzose e dopo avermi baciata e ribaciata, fu presente, allorchè sull’alba del giorno otto di settembre, adagiata in groppa al bianco ubino di mio fratello, c’incamminammo per la strada lungo il lago ad Arona. Era già alto il sole quando vi giungemmo; tutte le campane suonavano a festa, le vie erano folte di gente che da terra e nelle barche continuamente arrivava. Ornate le case, pieni i davanzali di fiori, ogni cosa annunciava solennità e letizia. Pervenuti alla casa dello zio non so dirvi con qual tripudio vi fummo ricevuti. Egli non saziavasi d’abbracciarci. Ordinò venisse tosto allestita per me la miglior camera, e che ogni cosa che io desiderassi mi fosse immediatamente presentata. Mi assegnò per fante la Lisia...
«Oh la Lisia? (l’interruppe dicendo Agnese). La mia Lisia, chi sa se gode di prospera salute e conserva ancora memoria di me?
«Quand’io lasciai la vostra casa, benchè essa si dicesse aggravata dagli anni, pure era sana e vegeta, e parlava sempre di voi con molto amore.
«Lisia mi vide nascere e mi portava il più gran bene del mondo; guai se vedeva punirmi o negar cosa che richiedessi! S’aveva veramente un cuor di miele; anch’io l’amava tanto. Or bene continuate, che faceste quel primo giorno in Arona?
«La novità degli oggetti (prosegui Ingelinda), il brivido del freddo mattinale che mi aveva assalita nel viaggio, e più d’ogni altro motivo l’immagine di mia madre lasciata piangente avevano prodotto in me un certo torpore increscevole. Ma l’amorosa accoglienza dello zio e di tutta la casa, le cure dell’abbigliamento in una tiepida stanza, il mirare dall’imposta del balcone nella piazza una ressa inusitata di popolo festante, dissiparono a poco a poco ogni melanconica idea; e quando sontuosamente ornata della persona, con un candido velo che dalle chiome cadevami dietro sin quasi al piede, m’apprestai a recarmi alle sacre funzioni, il mio cuore fatto aperto e lieto prendeva parte alla gioja universale. Venuta l’ora, uscimmo collo zio alla volta della chiesa. La moltitudine stipata nella via dividevasi per farci largo — È messer Corrado co’ suoi nipoti (dicevansi l’un l’altro), lasciate libero il passo — E mentre pur curiosamente ci affisavano in volto, tutti restringevansi per aprirci comoda strada. Il buon vecchio contento oltremodo di averci a’ suoi fianchi, sorrideva ringraziando per la cortesia a noi usata. Giungemmo a Santa Maria.......
«Oh come sarà stata quel dì stupendamente addobbata?
«Era tutta ad arazzi ed oro: i cerei splendevano in cento luoghi, a fasci piramidali, l’altare maggiore coperto di lumi, di argentee reliquie e d’arredi, luceva come un sole. Noi andammo a collocarsi in luogo distinto, ne’ sedili che sono dello zio. A poca distanza da noi stavano i seggi isolati e riccamente adorni destinati al Conte Signore della Rocca, il quale dopo pochi momenti giunse esso pure alla chiesa, seguito dai figli co’ principali di sua famiglia; i soldati lo precedettero colle alabarde, il clero l’accolse e l’accompagnò al posto d’onore. Ebbero allora principio le sacre funzioni ed io genuflessa come gli altri tutti rivolsi la mia mente al cielo. Tanto splendore, tante ricchezze, i suoni e i cantici melodiosi, i globi d’incenso che elevandosi formavano intorno un’odorosa nube, parve schiudessero al mio animo il paradiso, poichè nell’intenso durare della prece io gioiva d’una contentezza celeste, indescrivibile. Mossa dal puro interno affetto alzava lo sguardo riconoscente quasi se assistessi colle schiere angeliche all’eterna corte; ma... oh istante!... le mie s’incontrarono in due pupille vive, nere, lucenti, che stavano fise immobili a contemplarmi. Come se quegli occhi avessero penetrato nel profondo del mio cuore, sentii per rossore salirmi al volto una fiamma, ripiegai tosto il capo sulle mani giunte, per cui il velo, che aveva rialzato, cadde a quel moto e ricoprimmi il volto.