«Egli chi? — domandò Agnese con sorpresa e premura. Ingelinda esitò un istante poi profferì a voce sommessa un cognome.

«Che dite?... Egli... d’Arona? il Signor della Rocca?

«Sì il conte Guido... Ma, oh cielo, (disse la cieca trepidando) forse alcuno ci ascolta!...

«No, non v’ha anima vivente qui dappresso; anche tutto il giardino è deserto (aggiunse Agnese, dopo avere traguardato fra i tronchi degli alberi). Oh che mi narrate mai! Eravate voi dunque l’amata di quel gentile Cavaliero? Intendo, intendo la vostra sventura. Infelice! so, è già un anno, ch’egli rimase morto sul campo.

«Morto il mio Guido?... No; egli vive e forse sospira la sua Ingelinda.

«Ma come? Se si compie ora un anno appunto da che la sua famiglia, la quale ha pure dimora in Milano poco lunge da noi, mandò al monastero ricchi doni onde venissero celebrate solenni preci ed esequie pel Cavaliero da voi rammentato, che dicevasi fosse caduto combattendo pel Duca contro quei di Francia?

«Ahi funesta quanto falsa notizia! I suoi nemici non osarono tanto; egli respira ancora... ma non è piu per me; io l’ho perduto per sempre. — Queste parole furono pronunciate con un accento che manifestava una desolazione profonda, inconsolabile.

Agnese a cui quella confessione del tutto nuova e inaspettata aveva colpito in singolar modo lo spirito, corse col pensiero alla primiera età onde rinvenire al di là delle lunghe e placide sue claustrali abitudini qualche affetto che s’avesse il tumulto e la vita di quel profano sentire. E avendo essa in troppo giovane età abbandonato il mondo non intravide che lampi confusi, i quali le rammentavano però un non so che di tenero, pieno d’una soavità e d’un cruccio indistinto. Ciò accrebbe in essa, se pure era possibile, la pietà per l’infelice compagna; e nelle richiamate rimembranze una trovandone fra le più care e complete, la quale riguardava l’oggetto nomato, quasi involontariamente trascorse a dire:

«Fanciullo mi ricordo averlo veduto armeggiare in giostra nel piano a piè del colle della Rocca, poco fuori de’ baluardi d’Arona. Colà erasi elevato lo steccato co’ palchi, e tutti v’accorrevano i terrazzani a mirare lo spettacolo splendidissimo. Dal forte d’Oleggio, da Angera, da infiniti altri luoghi oltre il Lago e il Ticino venivano i Signori e i Castellani invitati dal Conte suo padre. Prima nel torneo battagliarono i cavalieri d’età virile coperti d’armi lucenti e di finissime sopravvesti, indi i giovinetti con lancia e spade spuntate. Fra tutti ammiravasi per leggiadria e destrezza quel figliuolo del possente Signore del paese: s’aveva un ghiazzerino di terso acciajo con borchiette d’oro ch’era una meraviglia a vedersi; lo serrava in vita una fascia rossa di seta con molti vaghi usolieri; teneva in testa sul bacinetto ricoperto di velluto un pennacchino cadente a sghembo, e con quel suo portamento, con quel suo viso fiero, ardito e al tempo stesso sì bello e gentile rubava gli occhi, incantava le persone.

«Ardito, bello e gentile... È desso, è desso (esclamò Ingelinda abbracciandola con trasporto, poichè quei detti avevano fatta vibrare con tutta veemenza la corda piu tesa e sensibile dell’anima sua). Ah voi dunque l’avete veramente veduto?... Ed era fanciullo allora: oh se l’aveste potuto mirare nel fiore di sua giovinezza, adorno di tutte le grazie più squisite, se aveste udita la sua voce, le sue parole, egli vi sarebbe sembrato mille volte ancor più bello.