DON FLAMINIO. Io ho osservato in lui tutto il contrario.
PANIMBOLO. Perché si guarda da voi solo; né mai lo veggio ridere o star allegro se non quando è con voi. Di piú, non è mai giorno che non passi mille volte per questa strada dinanzi alla sua casa.
DON FLAMINIO. Io non ve l'ho incontrato giamai.
PANIMBOLO. Deve tener le spie per non esservi còlto da voi; e quella arte, che voi usate con lui, egli usa con voi. Ma io vi giuro che quante volte m'è accaduto passarvi, sempre ve l'ho incontrato.
DON FLAMINIO. Oimè, tu passi troppo innanzi, mi poni in sospetto e m'ammazzi. Ma come potrei io di ciò chiarirmi?
PANIMBOLO. Agevolissimamente: subbito che l'incontrate, diteli che il conte è contento dargli li quarantamila scudi purché la sposi per questa sera; e se non troverá qualche scusa per isfuggir o prolungar le nozze, cavatemi gli occhi.
DON FLAMINIO. Dici assai bene; e or ora vo' gir a trovarlo e fargli l'ambasciata.
PANIMBOLO. Ascoltate: dateli la nuova con gran allegrezza e mirate nel volto e negli occhi, osservate i colori—ché ne cambierá mille in un ponto: or bianco or pallido or rosso,—osservate la bocca con che finti risi; in somma ponete effetto a tutti i suoi gesti, ché troverete quanto ve dico.
DON FLAMINIO. Cosí vo' fare.
PANIMBOLO. Ma ecco la peste de' polli, la destruzione de' galli d'India e la ruina de' maccheroni!