EUFRANONE. Signor viceré, se ho parlato cosí senza rispetto, ne è cagion il dolor acerbo della morte della mia figliuola, non il desio della morte di vostro nipote. Purché venghi reintegrato nell'onor pristino, facciasi quanto ordinate.

DON FLAMINIO. O zio, non di minor osservanza e di amor di colui che mi ha generato, che piú onorata giustizia, piú santa vendetta non arei saputo desiderare. Io ben conosceva che la mia morte non toglieva la macchia impressa nell'onestá di donna, né per morte fineva l'amor mio. Desiava servir e riverir Callidora sotto l'imagine della morta sorella; d'accettarla per moglie indignissimo mi conosco: l'accetto per mia signora col tributo impostomi d'averla a servir sempre, e mentre duri la vita duri l'obligo. A voi, mio suocero Eufranone, m'inchino, con ogni umiltá che devo, a ricevermi per servo: la vostra dote saranno i suoi meriti, le mie facultá communi a tutto il parentado.

EUFRANONE. Ed io per genero vi accetto e per figliuolo.

DON FLAMINIO. Concedetemi che vi baci la mano se ne son degno; se non, i piedi.

EUFRANONE. Alzatevi, signor don Flaminio, ché la vostra soverchia creanza non facci me malcreato: ardisco abbracciarvi perché me lo comandate.

SCENA II.

DON IGNAZIO, DON RODORICO, DON FLAMINIO, EUFRANONE.

DON IGNAZIO. Intendo, signor don Rodorico, che per accomodar il fallo di don Flaminio l'avete ammogliato con l'altra sorella.

DON RODORICO. Io per non partirmi dalle leggi del giusto e per non veder la disperazion di tuo fratello, mi è paruto accomodarlo in tal modo.

DON IGNAZIO. Ma non vuol la legge del giusto che per accomodar uno si scomodi un altro.