DON FLAMINIO. Abbattuto dalla propria conscienza e confuso da tanta cortesia, io non so che respondervi né basta ad esprimere il mio obligo: arò particolar memoria della grazia ch'or mi fate.

EUFRANONE. Ed io, soprapreso da diversi effetti, non so qual io mi sia: allegro dell'amorevol fratellanza, ripieno d'ineffabil meraviglia della prudenza di mia moglie, allegro della figlia risuscitata, confuso e pieno di vergogna veggendomi dinanzi a quella che ho ingiuriata a torto con la lingua e uccisa con le mie mani. Però, figlia, perdona a tuo padre, il quale falsamente informato ha cercato d'offenderti; e ti giuro che io ho sentito la penitenza del mio peccato senza che voi me l'avesti data. Vieni e abbraccia il tuo non occisore ma carissimo padre!

CARIZIA. Ancorché m'aveste uccisa, o padre, non mi areste fatto ingiuria: la vita che voi m'avete data la potevate repetere quando vi piacea. Mi è sí ben ora di somma sodisfazione che siate chiaro che non ho peccato; questo sí mi è di contento: che la mia morte v'ha fatto fede dell'innocenza mia.

EUFRANONE. La tua bontá, o figlia, ha commosso Iddio ad aiutarti: egli ne' secreti del tuo fato aveva ordinato che per te ogni cosa si fusse pacificato; e perciò di tutto si ringrazi Iddio che ha fatto che le disaventure diventino venture e le pene allegrezze.

DON RODORICO. Veramente mi son assai maravigliato, essendo spettatore d'un crudel abbattimento di dui per altro valorosi e degni cavalieri; ma or che veggio tanta bellezza in Carizia—e cosí ancor stimo la sorella,—gli escuso e non gl'incolpo, e giudico che l'immenso Iddio governi queste cose con secreta e certa legge de fati, e che molto prima abbi ordinato che succedano questi gravi disordini, accioché cosí degna coppia di sorelle si accoppino con sí degno paro di fratelli, che par l'abbi fatti nascere per congiungerli insieme. E come il mio sangue onorerá voi, cosí dal vostro il mio prenderá splendore e onore. E giá veggio scolpite nelle lor fronti una lunga descendenza di figliuoli e nepoti che mi nasceranno dalla mia indarno sperata successione, per non esservi altro germe nel nostro sangue. E perché queste gentildonne mancano di doti, io li faccio un donativo degno dell'amore e generositá loro, di ventimila ducati per una; dopo la mia morte a succedere non solo alla ereditá ma nell'amore: e se agli altri si dánno per usanza, vo' donarli a voi per premio. E per segno d'amore vuo' abbracciarvi: il sangue mi sforza a far l'offizio suo.

CARIZIA. E noi saremo perpetue serve e conservatrici della vostra salute.

EUFRANONE. E noi quando di tanta largitá vi renderemo grazie condegne?

DON IGNAZIO. Carissimo padre e nostro zio, vi abbiamo tal obligo che la lingua non sa trovar parole per ringraziarvi.

DON RODORICO. Or, poiché tutti i travagli han sortito sí lieto fine, ordinisi un banchetto reale per le nozze e corte bandita per dieci giorni per tutt'i gentiluomini e gentildonne di questa cittá, acciò un publico dolore si converti in una publica allegrezza. E perché non vi sia cosa melancolica in Salerno, si scarcerino tutti i prigioni per debito e si paghino del mio, e si facci grazia a tutti quei che han remissioni delle parti. E per voi, Eufranone caro, scriverò e supplicherò Sua Maestá che vi si restituisca quello che ingiustissimamente vi è stato tolto.

DON FLAMINIO. Poiché a tutti si fa grazia, sará anco giusto che l'abbi
Leccardo il parasito.