POLISENA. Toccala e vedi si è ombra o spirito.

DON IGNAZIO. O don Ignazio, sei vivo o morto? e se sei vivo, sogni o vaneggi? e se vaneggi, per lo soverchio desiderio ti par di vederla? Io vivo e veggio e odo; ma l'infinito contento che ho nell'alma mi accieca gli occhi, mi offusca i sensi e mi conturba l'intelletto, ché veggiando dormo, vivendo moro, ed essendo sordo e cieco odo e veggio. Ma se eri sepolta e morta, come or sei qui viva? o quello o questo è sogno. E se sei viva, come posso soffrir tant'allegrezza e non morire? O tanto desiato oggetto degli occhi miei, hai sofferte tante ingiurie insin alla morte, insin alla sepoltura; e or volevi finir la vita in un monastero!

CARIZIA. Veramente avea cosí deliberato per non aver a trattar piú con uomo, poiché era stata ingiuriata e rifiutata dal primo a cui avea dato le premizie de' mia amori e i primi fiori d'ogni mio amoroso pensiero.

DON IGNAZIO. Deh! signora della mia vita, poiché sei mia, fammi degno che ti tocchi; e no potendoti ponere dentro il cuore, almeno che ti ponga in queste braccia. Io pur ti tocco e stringo; donque io son vivo. Ma oimè, che per lo smisurato contento par che sia per isvenirmi! i spiriti del core, sciolti dal corpo per i meati troppo aperti per lo caldo dell'allegrezza, par che se ne volino via, e l'anima abbandonata non può soffrir il corpo, e il corpo afflitto non può sostener l'anima: mi sento presso al morire. Ma come posso morire se tengo abbracciata la vita? O cara vita mia, quanto sei stata pianta da me, dal tuo padre, fratello e zio mio, e da tutto Salerno!

CARIZIA. Donque mi spiace che viva sia, essendo onorate le mie essequie da persone di tanto conto.

DON IGNAZIO. Ecco, o vita mia, hai reso il cor al corpo, lo spirito all'anima, la luce agli occhi e il vigore alle membra.

DON FLAMINIO. Ecco, o signora, l'infelicissimo vostro innamorato gettato innanzi a' vostri piedi, quale, spinto da un ardentissimo amore e gelosia, con falsa illusione per ingannar il fratello, ha offeso ancor voi. E arei offeso e tradito anche mio padre e zio e tutto il parentado insiememente per possedervi, tanto è la vostra bellezza e pregio delle dignissime vostre qualitadi, degne d'essere invidiate da tutte le donne; ma il disegno sortí contrario fine. Ma chi può contrastar con gli inevitabili accidenti della fortuna? Vi prego a perdonarmi con quella generositá d'animo, eguale all'alte sue virtú, offerendomi in ricompensa, mentre serò vivo, servir voi e il vostro meritevolissimo sposo.

CARIZIA. Signor don Flaminio, a me i travagli non mi son stati punto discari, perché da quelli è stato cimentato l'onore e la mia vita. Questo sí m'ha dispiaciuto: che la mia infelice bellezza, che che ella si sia, abbi data occasione di turbar un'amorevolissima fratellanza di duo valorosi cavalieri.

DON FLAMINIO. Generosissimo mio fratello, le mie pazzie vi hanno aperto un largo campo di esercitar la vostra virtute. Io non ardirei cercarvi perdono se Amore e la disgrazia non me ne facessero degno, la quale, quando viene, viene talmente che l'uomo non può ripararla. Essendo tolta la cagione, si devono spengere gli odii ancora; e poiché sète gionto a quel segno dove aspiravano tutte le vostre speranze e possedete giá il caro e glorioso pregio delle vostre fatiche, pregovi a perdonar le mie inperfezioni e smenticarle, e ricevermi in quel grado di servitú e amore nel quale prima mi avevate, restando io con perpetuo obligo di pregar Iddio che con la vostra desiata sposa in lunga e felicissima vita vi conservi.

DON IGNAZIO. Caro mio don Flaminio, se è disdicevole a tutti tener memoria dell'ingiurie, quanto si denno in minor stima aver quelle che accaggiono tra fratelli? e poi per liti amorose? E questo ch'avete voi fatto a me, l'avrei io fatto a voi parimente. Mi sète or cosí caro e amorevole piú che mai foste, e in fede del vero io vengo ad abbracciarvi.