DON FLAMINIO. Potrai dirmi altro che non mi ama? lo so meglio di te. L'incendio è passato tanto oltre che mi pasco del suo disamare: di' liberamente.
LECCARDO. Vedi questi segni e le lividure?
DON FLAMINIO. Tu stai malconcio: chi fu quel crudelaccio?
LECCARDO. La tua Carizia me l'ha fatte.
DON FLAMINIO. Mia? perché dici «mia», se non vuoi dir «nemica»?—Ma pur com'è passato il fatto?
LECCARDO. Oggi, perché stava un poco allegretta, lodava la sua bellezza; ella ridea. Io, vedendo che sopportava le lodi, prendo animo e passo innanzi:—Tu ridi e gli assassinati dalla tua bellezza piangono e si dolgono, ché quel giorno che fu festa de' tori innamorasti tutto il mondo!—Ella piú rideva ed io passo piú innanzi:—E fra gli altri ci è un certo che sta alla morte per amor tuo!…
DON FLAMINIO. Tu te ne passi troppo leggiermente: raccontamelo piú minutamente.
LECCARDO…. A pena finii le parole, che vidi sfavillar gli occhi come un toro stuzzicato, e la faccia divenir rossa come un gambaro. Tosto mi die' un sorgozzone che mi troncò la parola in gola; e dato di mano ad un bastone che si trovò vicino, lo lasciava cadere dove il caso il portava, non mirando piú alla testa che alla faccia o al collo. Cadei in terra; mi die' colpi allo stomaco e calci che se fusse stato un ballone me aría fatto balzar per l'aria, ingiuriandomi «roffiano» e che lo volea dir ad Eufranone suo padre.
DON FLAMINIO. Non spaventarti per questo, ché le donne al principio sempre si mostrano cosí ritrose: si ammorbiderá ben sí. Ma abbi pazienza, Leccardo mio, ché de' colpi delle sue mani non ne morrai.
LECCARDO. Le tue belle parole non m'entrano in capo e mi levano il dolore e la fame.