LECCARDO. E quando starò abbracciato con te, mi parrá di gustare il sapor di tutti quest'animali, o mia vacca, o mio porchetto, o mia agnella, o mia capra!
CHIARETTA. Starò dunque mal appresso te, che non mi mangi. Ma arei caro darti martello.
LECCARDO. Sei piú atta a riceverlo che a darlo.—Oh come par bella
Carizia or che pompeggia fra quelle vesti.
CHIARETTA. Altro che tovaglia bianca ci vuol a tavola, altro che vesti ci vuole a far bella una donna: gli innamorati non amano le vesti ma quello che sta sotto le vesti. Bisogna aver buone carni, sode, grasse e lisce, come abbiamo noi fantesche che sempre fatichiamo; le gentildonne, che sempre stanno a spasso, l'hanno cosí flaccide e molli che paiono vessiche sgonfiate.
LECCARDO. Mi piace quanto dici.
CHIARETTA. E le lor facce son tanto imbellettate che paiono maschere; e portano tal volta sul volto una bottega intiera di biacche, di solimati, di litargiri, di verzini e altre porcherie. Oibò, se le vedessi la mattina quando s'alzano da letto, diresti altrimente. Ma noi misere e poverelle abbiamo carestia d'acqua per lavarci la faccia: triste noi se non ci aiutasse la natura!
LECCARDO. Veramente come una donna si parte da un buon naturale e il piglia artificiale, non può parer bella. Ma tu m'hai fatto risentir tutto: ti vorrei cercare un piacere.
CHIARETTA. Che piacere?
LECCARDO. Che mi presti una cosa.
CHIARETTA. Che cosa?