DON IGNAZIO. Non vi ho io dimandato piú volte se in quel giorno della festa vi fusse piaciuta alcuna di quelle gentildonne, e mi dicesti di no?

DON FLAMINIO. Era cosí veramente; ma essendomi offerta costei con mio poco discomodo, me ce inchinai.

LECCARDO. Signor don Flaminio, Carizia v'aspetta agli usati piaceri, e che le perdoniate se vi ha fatto aspettar un poco.

DON FLAMINIO. Don Ignazio, non vi partite; forse vi porterò alcuni de' suoi abbigliamenti e de' doni mandati.

DON IGNAZIO. Aspettarò sin a domani.—Che dici, Simbolo, aresti tu creduto ciò mai?

SIMBOLO. Veramente delle donne se ne deve far quel conto che dell'erbe fetide e amare che serveno per le medicine, che cavatone quel succo giovevole si buttano nel letamaro: come l'uomo si ha cavato quel poco di diletto che s'ha da loro, nasconderle ché piú non appaiano.

DON IGNAZIO. Veramente la femina è un pessimo animale e da non fidarsene punto. Ahi, fortuna, quando pensava che fussero finite le pene e cominciar la felicitá, allor ne son piú lontano che mai!

DON FLAMINIO. Don Ignazio, dove sète? Conoscete voi questa sottana gialla che portò quel giorno? non è questo l'anello che l'avete mandato a donare, le catene e gli altri vezzi di donne?

DON IGNAZIO. Li conosco e mi rincresce conoscerli.

DON FLAMINIO. Vi lascio le sue cose in vece di lei per questo breve tempo che mi è concesso goderla.