LECCARDO. Entrate, signora, in questa camera qui vicino.
CHIARETTA. T'obedisco.
LECCARDO. Serratevi dentro e aspettatemi un pochetto.—Capitano, sète voi?
MARTEBELLONIO. Pezzo d'asino, non mi conosci?
LECCARDO. Non vi conoscea, perché me diceste che venendo la vostra persona arei sentito il terremoto: son stato gran pezza attendendo se tremava la terra, però dubitavo se foste voi.
MARTEBELLONIO. Dite bene, e ti dirò la cagione. Poco anzi mi è venuta una lettera dall'altro mondo. Plutone mi si raccomanda e mi prega che non camini cosí gagliardo, che vada pian piano, ché tante sono le pietre e le montagne che cascono dagli altissimi vòlti della terra, che mancò poco che non abissasse il mondo e sotterrasse lui vivo con Proserpina sua mogliere. Gli l'ho promesso, e perciò non camino al mio solito.
LECCARDO. Entrate, ché Calidora vi sta aspettando.
DON FLAMINIO. Che dici, fratello? è vero quanto vi ho detto? Io farò il segno: fis, fis.
LECCARDO. Signor don Flaminio, Carizia vi prega a disagiarvi un poco, perché sta ragionando col padre.
DON FLAMINIO. Se ben è alquanto bellina, io non la teneva in tanto conto quanto voi.