DON IGNAZIO. Anzi a sí nimico spettacolo rimasi senza lume!
EUFRANONE. Gran cose ascolto!
DON IGNAZIO. Or ditele da mia parte che desiava lei per isposa stimandola onesta e onorata; ma avendone veduto tutto il contrario, si goda per sposo chi la passata notte goduto s'ave.
EUFRANONE, Farò la vostra ambasciata e farò che le penetri ben nel cuore. Ahi, misero padre d'infame figlia, e quanto son dolente d'averti generata!
SIMBOLO. Non v'ho detto, padrone, che il vostro parlare arebbe cagionato qualche ruina? ch'essendo egli molto superbo né punto avezzo a sopportar ingiurie, con che rabbiosa pacienza ascoltava; e con gli occhi lampeggianti di un subbito sdegno, ripieno di un feroce dolore, die' di mano al pugnale e se n'è gita su dove fará qualche scompiglio. L'onda, che batte ne' scogli, si fa schiuma, sfoga e finisce il furore; ma se non fa né rumor né schiuma, s'ingorga in se stessa, si gonfia e fa crudelissima tempesta. Dal ferro delle vostre parole, come da una spada, ha rinchiuso il dolor dentro: sentirete la tempesta. Sento tutta la casa piena di gridi e di romore. Andiamocene, se non volete ancor rallegrar gli occhi vostri del suo sangue; ché se foste constretto vederlo, dovreste serrar gli occhi per non mirarlo.
SCENA III.
MARTEBELLONIO, CHIARETTA, LECCARDO.
MARTEBELLONIO. Or mira che bizzari incontri vengon al mio fantastico cervello, ché pensando far correre un poco il mio cane dietro una bella fiera, s'è incontrato con una pessima fiera.
CHIARETTA. Buon can per certo, che, per aver avuto tutta notte la caccia tra' piedi, è stato sí sonnacchioso che non ha voluto mai alzar la testa né in drizzarsi alla via per seguitarla.
MARTEBELLONIO. Il mio can ha piú cervello che non ho io, che conosce all'odor la fiera, ché né per stuzzicarlo né per sferzarlo si volse mai spinger innanzi.