FORCA. (Via piú gran travaglio ti sta apparecchiato, e non cenerai per questa notte, ché dormirai in un criminale).
PANFAGO. Quel dottoraccio sta arrabbiato, ché non ha trovato la sua innamorata: né ha cenato egli né ha fatto cenar me.
FORCA. O voi, togliete questo ladro traditore.
PANFAGO. Io ladro, eh? voi m'avete rubbato il pasto, e io sono il ladro! Che volete da me?
FORCA. Lo saprai quando starai attaccato alla corda, e il confessarai a tuo marcio dispetto.
PANFAGO. Lasciate le mani voi: perché mi ligate?
ALESSANDRO. Legatelo bene che non vi scappi; ché non è questa la prima volta che ha patiti simili affronti. Vuoi tu negar, ladronaccio, che non sia entrato in casa mia, rubbatemi certe vesti da raguseo d'un mio amico, quelle di uno schiavo e molte cose da mangiare, come provature, salcicciotti e barili di malvaggia?
PANFAGO. Quelle vesti con le quali v'ho servito oggi e che voi mi prestaste?
ALESSANDRO. Io non so chi tu sia, e non t'ho visto fin ora: questi sono i testimoni che ti han visto entrare in casa mia, rubbarle e portarle via.
PANFAGO. Ed è questo atto da gentiluomo? Cosí vi sète concertati con
Forca, per vendicarvi dell'offesa che v'ho fatta.