MANGONE. Non mi mancherá il mio prezzo: conosco l'umore. Quando il martello di amor lavora, batte e cava piú scudi d'ogni martello.

FILACE. Che dirò a quel genovese della Macrina?

MANGONE. Daglila per quel prezzo che vuole: mangia per diece e sta piú magra d'una gatta che mangia lucertole. Ogniun che la vede cosí asciutta stima che in casa mia non si mangi se non biscotto e vi si digiunino tutte le vigilie. Mi ha fatto spendere piú che non vale, per darle tartarughe boglite, suppe la mattina e vuova fresche la sera, quando va a dormire, per ingrassarla; e se la poni nuda incontro al lume, traspare come una lanterna, che se le ponno annoverar l'ossa dentro. Son risoluto farle un buco sotto le reni fra cuoio e pelle e farla gonfiar con un mantice, come si fa a' buoi vecchi per fargli parer grassi, quando si portano a vendere.

FILACE. Che faremo di Demonica?

MANGONE. Perché è tanto leggiera che con quattro carezzine si lascia volgere come l'uom vòle, lasciamola per quei di bassa mano, per dir che abbiamo una bottega generale ove son mercanzie d'ogni sorte. Io non arei pensato mai che il dottore, essendo vecchio, avesse pagato cinquecento ducati per Melitea: conobbi che l'amava non come quei ch'hanno cervello, ma come quei che ne son privi.

FILACE. I legni vecchi ardono piú volentieri e senza fumo.

PIRINO. (Ascolta, Forca).

FORCA. (Ascolto).

MANGONE. Sia benedetto Iddio, ché son uscito da quel fastidio: mi facea spender un tesoro per comprar muschio, zibetto e profumi. Tutta è ricci e belletti e abbigliamenti e attillature, e tutta cerimonie, però cosí amata da quel napolitano che non è altro che fumo, schiuma, neglia e vento: vivono di nebbia e si pascono di fumo, e chi se impaccia con loro si trova con le mani piene d'aria.

FILACE. Se venisse Forca o Pirino, che dirogli?