CINTIA. Ed è possibile che una signora cosí nobilmente nata, come voi sète, finga contro di me cosí bugiarda bugia? Se ben ho ragionato oggi con Amasia, non mi fece di voi parola mai.

LIDIA. Io non arei stimato né col pensiero che in un gentiluomo, come voi sète, vi fusse cosí mala creanza e tanto tradimento che neghiate or quello che non vi vergognaste di farlo con tanta sfacciatezza.

ERASTO. Che rispondi, Cintio?

DULONE. Non vedete il tacere e il timore, che sono i perpetui compagni della colpa?

CINTIA. S'io l'avessi desiata per isposa, l'arei chiesta a voi o a vostro padre, la qual, come offertami da prima, so che me l'arebbe concessa, e non venir a questi modi cosí indegni.

ERASTO. Dunque, ella non dice il vero?

LIDIA. Io in nessuna parte ho mentito di quel che ho detto.

ERASTO. Io non posso piú crederti, ché, avendomi due volte ingannato, non prestarò piú fede alle tue parole.

CINTIA. Chiamo Iddio in testimonio!

ERASTO. Tu te ne servi per ingannare.