ERASTO. Anzi quello che costui dice, Lidia lo conferma e mi cerca vendetta dalla violenza che l'hai tu usata.

CINTIA. Io non l'ho fatto violenza, ma riveritala sempre come mia sorella.

ERASTO. Dulone, di' a Lidia che cali giú: vo' veder se, nello affronto, in quel tuo volto vitriato resterá qualche segno di vergogna.

CINTIA. Non trovarete mai altro che la notte passata, che voi giaceste con quella che voi tanto ingiuriate, io non mi partii da voi, e se fui sempre con voi, non poteva essere altrove.

ERASTO. Non darò piú fede alle parole tue.

SCENA IX.

LIDIA, ERASTO, CINTIA, DULONE.

LIDIA. Che comandate, fratello?

ERASTO. Dimmi liberamente come passò la cosa tra voi e costui la passata notte, e non temer di nulla.

LIDIA. Io non vi niego, fratel mio caro, che non abbia amato costui di tutto cuore, perché mille volte dalla vostra bocca ho inteso raccontare il valor, la virtú, i costumi e le sue gentili maniere; e io, ponendo effetto a' suoi trattamenti quando egli con voi trattava, conobbi ch'era assai piú di quello che voi dicevate. Lo desiai per marito e, lo confesso, ne feci motto a mia madre; ella a mio padre e a voi, e ne ragionò con Arreotimo suo padre: ma egli non volse accettarmi mai. Oggi, ragionando egli con Amasia, disse voler ragionar meco alle due ore di notte. L'attesi: venne e mi chiese perdono della sua ostinazione; mi die' la fede di sposo; calando al buio per stringer la fede, mi baciò per forza e con una villana violenza e grandissima discortesia fe' oltraggio all'onor mio.