ERASTO. Che cerchi tu da me?

CINTIA. Quel che sei solito darmi: crudeltá, morti, uccisioni. Io son colui che t'ho turbato, ingannato e tradito.

ERASTO. Come sei diventato cosí severo accusator di te stesso?

CINTIA. Su su, alle mani, non piú tardare, fammi morire, ché non potrai cosí mortalmente ferir questo corpo che non abbi piú acerbamente feritomi nell'anima.

ERASTO. Tu vieni a disfidarmi molto disarmato e con molto poca arte di scrima.

CINTIA. La prontezza dell'animo vincerá la poca arte dello schermire, e al corpo disarmato la disperazione ministrará l'armi, troverá nuovi usi, fará che l'unghie e i denti mi serviranno in vece di pugnali e di coltelli; e per mostrarti che ho voglia di morire, solo, nudo e senza armi m'ucciderò teco come tu vuoi.

ERASTO. Sei giá disposto di ucciderti meco?

CINTIA. Dispostissimo.

ERASTO. Orsú, poiché sei cosí disposto di ucciderti meco, per esser noi stati tanto tempo prima amici insieme, abbracciamoci e baciamoci, e dopo ripigliamo l'armi e feriamoci.

CINTIA. Mi contento d'ogni tuo contento.