ERASTO. Come Cintio mia moglie? Padre, voi mi burlate.
SINESIO. Sappi che Cintio è donna, e il padre non l'ha saputo insino adesso. Ella, conversando teco e conoscendo il tuo merito e il suo, e conoscendosi degna di te e tu di lei, conoscendo Amasia indegna di te e tu di lei, s'occecò nell'amar tuo; né avendo animo di scoprirloti perché tu stavi invaghito di Amasia, per non morirsi di passione, si dispose ingannarti e giacque teco sotto nome di Amasia.
ERASTO. O Dio, che intendo! ecco districato l'intrigo d'una intricatissima comedia: questa luce ha disgombrato tutte le tenebre del mio intelletto. Ho tanto legati i sensi che non so se sia vivo o morto: l'anima mia sta cosí confusa tra tanta meraviglia e allegrezza che non può mostrar quel mar di gioia dove or nuota. Ecco passo da un abisso di affanni ad un mar di delizie! O vivo spirto del cuore e dell'anima mia, chi sará piú di te generosa e amorevole, chi piú costante in amare, chi piú fedele in servire, chi nella conversazione piú dolce, chi ne' trattamenti piú soave? O donna degnissima d'ogni onore, o essempio di eroica virtú, chi sará piú di te paziente, servente e perseverante? e chi di me piú cieco, piú ingrato e piú disamorevole? Poiché tante volte sotto altri nomi e altre persone, in tanti sonetti, in tante elegie, in tante cifere m'hai narrati gli accidenti degli amori tuoi, ed io tanto ignorante non intendeva e non penetrava il secreto, or come potevi tu piú dolcemente beffarmi? con quai piú onorati modi potevi tentar l'animo mio? con qual piú grazioso effetto potevi scorger la mia disamorevolezza? Ed io con tante villane e discortesi parole e al fin con fiere pugnalate ho voluto pagarti di tanto amore! Al fin non riuscendoti meco alcun disegno, volevi morire e morir per le mie mani. Dio sa che sia ora di te, ché, non ti riuscendo il morir per le mie mani, dubito che ti sarai uccisa con le tue; e se non sei morta, sarai poco lontana dalla morte, ché giá ti scorgeva i segni nel volto spiegati dalla disperazione. Hai voluto pagar, o invittissima donna, la colpa delle mie sciocchezze con la tua morte: il che ha dato a questo core un perpetuo tormento, a questi occhi perpetue lacrime; anzi mi ucciderò con le mie mani, ché veramente mi conosco indegno di piú vivere, infame mostro, senza anima e senza core!
SINESIO. Ma perché trattieni te stesso e me consumando questo tempo in dolerci? corri e senza lasciar punto di sollecitudine va' ricercandola per una strada, ed io per un'altra; forse l'incontraremo. Io vado ringraziando sempre la divina bontá ché mi dia per nuora una donna di sí mirabil condizione!
ERASTO. Vado. Ma eccola che viene. O dolcissima vita dell'anima mia, mira come sta in estasi rapita da se stessa, e se ben mesta e afflitta, pur spira di un generoso ardire!
SCENA IV.
CINTIA, ERASTO.
CINTIA. Io ho gran dubio che, quando disavedutamente mi sfibiai il giubbone, Erasto se sia accorto ch'io fussi femina, e però ritirò la spada e non m'uccise; ma se la sua spada mi perdonò la vita, non me la perdonerá il veleno. Ahi! che il mio amore per sí strani successi non scema punto, ma va piú sempre crescendo.
ERASTO. (Va ragionando fra se sola, fa diverse mutazioni, s'adira, s'attrista e si vergogna: segni d'affanno che la sua misera anima deve patire! Eccolo che mi sta aspettando, e se dalla vista si ponno scorgere gli effetti dell'animo, arde nel suo petto la rabbia e lo sdegno contro di me).
CINTIA. Erasto, son qui per mantenervi quello che v'ho promesso.