CINTIA…. Cosí ella pigliando molte volte me in fallo, ma non io lei, sotto sí piacevole inganno ho gustato le estreme dolcezze di amore. Ahi, che non ingannava lei, ma ingannava me stesso, perché abbracciando lei abbracciava la mia ruina, cercando refrigerio in mezo le fiamme e riposo in mezo le pene! Ecco il meglio stato dove mi trovo.

ERASTO. Cintio mio caro, per dirvelo alla libera, come conviene fra tali amici come noi siamo, da che nacqui io non viddi piú brutto e piú infame atto di questo, o non piú mai inteso tradimento al mondo, indegno non solo da imaginarsi da un gentiluomo par vostro ma da un barbaro e ben incolto; né so come in un bell'animo, come il vostro è, abbia potuto capir cosí brutto pensiero. Avere ingannato una donna, il cui sesso è esposto all'ingiurie di ognuno, poi innamorata! E che si può dir peggio? Converrebbe che quella gentildonna perdesse la vita per farla perdere a voi, avendo con voi perduto il suo onore; e che colui, sotto il cui nome l'avete ingiuriata, togliesse per lei l'impresa. Ed io vi giuro su la fé di gentiluomo che, se non fussi vostro amico cosí stretto, torrei l'impresa di ambedue sovra di me, tanto è l'atto infame e disonorato!

CINTIA. Oh che sentenza crudele, oh che giudice precipitoso! come prorumpete in un cosí rigoroso decreto senza ascoltar le mie ragioni e legittime difese!

ERASTO. E che ragioni e che difese?

CINTIA. E chi fu mai condannato senza ascoltar le sue ragioni? Amava e ardeva senza speranza, occecato di amore non sapeva quello che mi facesse.

ERASTO. Amor non fu mai cagion di atto discortese e infame.

CINTIA. Il mio non fu effetto di malvagio pensiero siccome appare alla prima vista, ma per alleggiar la mia passione e non morirmi, sapendo quanto è naturale cosa difendersi dalla morte. E che? voleva io consumar la mia vita in piangere e suspirare?

ERASTO. Non si deve mai commettere inganno.

CINTIA. E se pur si dovesse commettere, solo per amor si dovrebbe.

ERASTO. Chi veramente ama non fa cosí.