CINTIA. Sento un svenimento d'animo che mi pone in forse tra il vivere e il morire.
ERASTO. O Dio, che cosa è questa? Cintio mio, rivenite!
CINTIA. Ho fretta di partirmi; adio.
ERASTO. Non vorrei che costui patisse alcun male, per quanto mi val la vita, perché è il piú gentil, cortese e leal amico che mai nascesse, e mi ama svisceratamente. Volea ragionargli un poco de' fatti miei, ed è partito subito. Ma non so perché tardi tanto Dulone, il mio servo, ché ho mandato in dono una collana ad Amasia. Ma lo veggio venire.—Dulone, dimmi, son morto o vivo? perché mi porti la morte o la vita nella tua lingua.
SCENA II.
DULONE servo, ERASTO.
DULONE. Morto, arcimorto, piú di lá de' morti, ascoltate.
ERASTO. Come vuoi che ascolti se dici che son morto? i morti non ascoltano.
DULONE. Rivocate l'animo a voi mentre vi racconto quanto ho fatto.—Andai col presente a Pandora mia amica e intrinseca di Amasia, le narrai i progressi de' vostri amori: come per mezo di Cintio vostro amico siate sposati insieme e come è pregna di voi vicina al parto, e che l'avete fatta chiedere a Pedofilo per moglie, il qual, se ben al principio s'è mostrato alquanto ritrosetto, speravate che presto ve la concederebbe….
ERASTO. Presto alla conclusione, ché sto attaccato alla corda.