CINTIA. Un poco piú in lá; un altro poco: cosí state benissimo. (O Dio, in che pericolo mi pongo! Questo voler ascoltar con l'orecchie sue e voler chiarirsene con gli occhi suoi è un certo che di voler tacciarmi di mancamento di fede, e io conosco al volger degli occhi che ha non so che contro di me. Certo sará insuspettito del fatto mio; onde, accioché la suspezione non alligni e vada crescendo nell'animo suo, è bisogno estirpar le radici e purgarla con altra evidente chiarezza).

SCENA V.

AMASIO, CINTIA, ERASTO, LIDIA, BALIA di Lidia.

AMASIO. (Desiderarei veder passar per costá Cintio per mostrar a Lidia che m'affatico a servirla. Ma non vorrei che Cintio s'accorgesse del fatto e che per mio mezo s'amassero da dovero e io fussi ministro del mio male; ma ragionando con lui vo' ingannar l'uno e l'altra, e trattando di altra cosa li facesse ascoltar solo quelle parole che facessero a suo proposito).

CINTIA. (Parlerò con Amasia ma non di Erasto, percioché, se da dovero s'amassero insieme e si scoprisse l'inganno, sarebbe spacciato il fatto mio ed io stesso m'arei data dell'ascia ne' piedi. Ma bisogna ingannarlo, e se l'inganno non mi riesce, son rovinata. Parlerò di modo che alcune parole ne ascolterá egli che li parranno che vadino in suo favore, e parlerò basso poi quelle che non voglio che ascolti. Dio me la mandi buona!).

AMASIO. (Ma ecco la balia di Lidia che vien fuori dalla sua casa).
Balia balia! accostati a me.

BALIA. Eccomi, signora mia.

AMASIO. Di' a Lidia che ascolti dalla fenestra ch'ora ragionerò di lei a Cintio, perché me ne porge occasione; e aiutami come m'hai promesso.

BALIA. Molto volentieri; ma siate destra che né Cintio s'accorga di lei, né pur ella dell'inganno.

CINTIA. (Io vo' salutarla).