AMASIO. (Io vo' salutarlo). Signor Cintio, Dio vi dia ogni contento!
CINTIA. Ne arei bisogno, signora Amasia mia padrona! E a voi doni Iddio ogni contento e felicitá; né bisogna ch'io domandi come stiate ché vi veggio bellissima.
AMASIO. L'affezion che mi portate vi fa parer cosí.
CINTIA. Anzi è cosí il grido universale, che dove voi apparite come un lampo offuscate lo splendor di ciascheduna: e questa mattina in chiesa se ne vide il paragone al giudicio di tutti e principalmente di un __fidelissimo e affezionatissimo vostro servitore che vi ama e riverisce fra tutti__.
ERASTO. (Certo ch'ora le vuol ragionar di me, ché ha detto: «un fidelissimo e affezionatissimo vostro servidore che vi ama e riverisce fra tutti»).
AMASIO. Chi è costui che voi dite?
CINTIA. __Era stamane__ io cogli altri in chiesa, che la giudicai tale.
ERASTO. (Non tel dissi io? ben l'indovinava: ha detto «Erasto»).
CINTIA. Non son io vostro servidore?
AMASIO. Anzi, __mio carissimo padrone__.