CAPITANO. (È vero e me ne dispiace).

CINTIA. Entriamo, anima mia.

SCENA IV.

DULONE, CAPITANO.

DULONE. Hai visto e inteso, capitano?

CAPITANO. Ho visto la persona, le vesti, il ventre gonfio, e intesa la voce di Amasia; il volto non ho potuto veder bene. Ma perché Cintio è il mezano del suo amore?

DULONE. Son grandissimi amici da che furon bambini.

CAPITANO. Oimè, che sento indragarmi d'amore e inserpentirmi di gelosia! Ahi, mondo traditore, cosí si trattano i pari miei? non so che mi tiene che non dia un calcio alla casa e non la facci balzar per l'aria con quanti vi sono dentro! Ma troppo io son vile a far conto d'una sfacciata feminella, ché non la terrei in casa per forbir i piatti né il suo padre per famiglio di stalla. Son ricercato e va a ricercar lui: merito questo e peggio!

DULONE. Per certo che dite bene.

CAPITANO. O Dio, e perché non compaiono su la piazza dieci compagnie tedesche in ordine con loro coscialetti, altrettante di svizzeri o di borgognoni con una banda di cavalli, per ficcarmi in mezo a loro e sbramar il digiuno c'ho di carne e sangue umano, e sfogasse cosí l'amore e la gelosia? Ma dove sono spariti da Napoli i sgherri, i scavezzacolli, i compagnoni, ché li scapricciasse a lor modo? dove sète, o diavoli, ché vi sto aspettando con l'arme in mano?