AMASIO, CAPITANO, DULONE.

AMASIO. Sento nominar Cintio. Ancor sta qui questa bestia che non lascia far i miei fatti? eccomi qui per sbestiarti, bestiaccia!

CAPITANO. Qui ci manca un schiaffo e una mentita: sta da lungi e non posso dargli lo schiaffo, pazienza! della mentita non posso farne di meno.—Menti d'una mentitissima, arcimentita, arcimentitissima, mentitissimissima, missimissima mentita! Tu sei un di quei che vogliono essere uccisi per forza; ed io ti sodisfarò, ché ti darò il castigo con questa spada temprata nel sangue de' rodomonti.

AMASIO. Toglici questo!

CAPITANO. (Oh, figlio di puttana, un altro poco piú alto mi dava in testa; ma è gita di piatto, se no stava fresco!). Tu chi sei?

AMASIO. Son io.

CAPITANO. (Certo sará Marte: non potrá esser altro).

AMASIO. Son Cintio al tuo comando.

CAPITANO. (Diavolo, toglitel su calzato e vestito, ché non posso tôrmelo d'intorno tutta la notte; e gli deve venir l'odor al naso del mio valore: Ma non importa: ché se la natura mi ha fatto d'animo debole, mi ha fatto gagliardo di scrima).

AMASIO. Chi è questo altro tuo amico?