DULONE. (Bisogna levarmi di qua ché non mi veggia; ché ben s'è accorto che dico mal di lui ad Erasto, e forse fra queste tenebre si volesse sfogar la rabbia c'ha contro di me).
AMASIO. Ancor tu sei qui?
CAPITANO. (Qui ci va la schena a pericolo). Olá olá, o dalla piazza, candele candele, ladri ladri in piazza!
AMASIO. Giá s'è fuggito.—Io non so se debba felice o infelice chiamarmi: ché avendo quel conseguito di che non desiava maggior cosa in vita mia, posso felicissimo chiamarmi; ma ben all'incontro misero e infelice, avendolo conseguito contro la sua volontá e col suo dispiacere. Ella certissimo si crede che sia Cintio: io ho fatto il male, altri ne ará la penitenza. Io non trovo altro rimedio al mio male che andarmene a mio padre e narrargli il successo—chi mi desia vivo mi faccia aver Lidia per isposa, ché è impossibile che viver possa senza lei;—so che m'ama e cercherá darmi sodisfazione.
DULONE. (E tu, savio capitano, che veggendoti poco lontano il bastone chiami i vicini e le candele in aiuto: la paura è buon maestro da trovar invenzioni).
CAPITANO. (Ad una repentina furia de nemici è forza cedere. Un buon consiglio dato a tempo fa un essercito vittorioso, e un error apporta gran ruina: quel subito consiglio fu la salvezza della mia vita).
DULONE. (Ma pur n'hai avuta una dozzina a buon conto).
CAPITANO. (In questi pericoli, «della necessitá bisogna far virtude»).