CINTIA. Vita mia, andate in buon'ora e ricordatevi di chi v'ama.
ERASTO. Come non ricordarmi di quello che mi sta sempre fisso nella mente?
CINTIA. Cor mio, che fate? voi mi togliete in braccio.
ERASTO. Perdonatemi, padrona, se contro il voler vostro vi porto a casa mia: da che voi mi sète moglie, non vo' piú vivere senza voi.
CINTIA. Erasto, se mi amate non fate cotal pensiero: avete sí poco conto dell'onor mio che le mie vergogne secrete volete che sieno palesi a tutto il mondo? Deh, non fate cose spinto dalla furia, ché poi non possiate pentirvene rinvenuto in voi.
ERASTO. Padrona, ho cosí rissoluto.
CINTIA. Uccidetemi piuttosto e sepelite me e le mie disonestá in queste tenebre! lasciate di grazia, oimè!
CAPITANO. (Erasto rapisce Amasia e se la porta di peso per forza: come patirò io tanta insolenza e dinanzi gli occhi miei?). Fermati olá, lascia costei!
ERASTO. Se non taci e ti parti, ti farò pentir di tanta temeritá!
CAPITANO. Se non ti fermi, ti taglierò le gambe!