MITIETO. Le vostre sventure vengono da voi stessa e dalle vostre cattive operazioni, perché voi stessa v'avete fabricati i vostri mali.—Orsú a' rimedi. Io cercherò di turbar il matrimonio fra voi e Lidia, e fratanto imagineremo alcuna cosa migliore; e vo a dar effetto a quanto ho promesso.

CINTIA. Ed io a trovar Erasto, ché veggendolo sento qualche alleggiamento degli miei infortuni.—Ma ecco la balia di Lidia: verrá a far meco delle solite canzoni. L'uno mi caccia, l'altra mi chiama. Vedrò se potrò sfuggirla.

SCENA II.

BALIA di Lidia, CINTIA.

BALIA. Ove fuggi, petto senza core, core senza alma, alma senza fede?

CINTIA. Che petto? che alma? che fede?

BALIA. Ti chiamo cosí, Cintio, angeluzzo mio polito, ché se non fussi di cosí barbara e discortese natura, i tanti chiari e vivi segni, che hai conosciuti dell'affezion di Lidia, arebbono fatto teco alcun frutto.

CINTIA. Deh! che la cagion d'ogni mia doglia è che fui di natura troppo piacevole e cortese che subito apprese e fece frutto.

BALIA. Lidia sta aspettando se pur si raddolcisse e rammorbidisse tanta discortesia; o se vuoi perseverare nella medesima ostinazione, che una morte la togliesse da mille morti.

CINTIA. Dille da mia parte che lasci d'amar me, ché tanto è amar me quanto una femina.