MITIETO. Vieni presto alla conclusione, ch'io fatico mirabilmente col cervello per saper dove siate per riuscire.

CINTIA…. La conclusione è venuta alle due ore di notte, che fu l'ora ordinata fra noi. Fingendo io d'andare alla buca a far la guardia, mi vesto de' panni d'Amasia e me ne vengo al mio studio terreno: la balia l'introduce; egli mi sposa, mi spoglia, e ci ponemo in letto, dove stemmo tutta notte abbracciati insieme tanto stretti che parevamo una cosa medesima….

MITIETO. O Dio, come non morivi dalla vergogna?

CINTIA. Mi vergognava tanto che ancor la memoria se ne vergogna, anzi mi vergogno ora in palesarti quello che tutte le donne devrebbono nascondere.—… Passò la notte piú tosto che avremmo voluto, anzi volò fra quei dolci contenti, e l'aurora ci svelse l'un dal braccio dell'altro con egual cordoglio ma con disegual animo. Percioché egli, pensando aver goduto Amasia, con quella falsa opinion di dolcezza non capía nella pelle; io, se ben pensavo il mio piacere era stato infinito, tanto mi era caro quanto discaro: m'era caro perché godeva tutto quel bene che arei potuto godere qui in terra, m'era discaro perché mi mancava il meglio, ch'era l'animo, non essendo altro che un furto il mio e una rapina dell'altrui dolcezze, che non poco mi toglieva dell'intiero diletto. Anzi nel mezo del piacere era tanta la paura che non mi scoprisse chi fussi, che mi amareggiava la dolcezza presente. La mattina tantosto che fu l'alba, viene a me e mi racconta gli diletti innumerabili che avea gustato con la falsa Amasia. Godeva io che avesse trovato in me cosa che gli fusse piaciuta: dispiacevami non fusse quello in me che con l'imaginativa si pensava che fusse in Amasia. Or avendo piaciuto il gioco all'uno e all'altra, molte volte ci siamo trovati insieme e abbiamo l'un l'altro medicato gli ardori delle nostre fiamme; ma a me il ventre n'è divenuto gonfio ed è cresciuto tuttavia al colmo, e dubito esser poco lontana dal partorire. Le cose, ristrette in breve somma, sono passate di questa maniera. Ecco or la chiave di tutti i miei secreti; or dammi qualche consiglio.

MITIETO. Il consiglio me lo dovevate domandar prima.

CINTIA. Se te l'avessi dimandato prima, quel che ho fatto m'avresti sconsigliato, anzi trapostovi per interrompermi il mio piacere.

MITIETO. E qual fu il vostro primo pensiero?

CINTIA. Tutti i miei pensieri fûr volti a questo segno: ch'Erasto, conosciuto al fin l'inganno e adescato della dolcezza, si fusse contentato d'esser stato ingannato e si fusse mosso a compassione di me—e tu sai che la compassione è mezana alla benevolenza,—e che conosciuto lo scambievole nostro merito e l'amor mio da sposa e pudica, fusse restato mio marito. Ma or temo tutto il contrario: che vedendo beffate le sue speranze si volgerá ad odiarmi quanto m'amava; né giudicherá il mio inganno onorato; ma che quello che ho usato con lui, l'abbia usato con gli altri e che ad altri io abbia fatto copia di me; e non credendo ch'io sia pregna di lui, non mi attenderá la promessa. Eccomi infamata, odiata, scacciata e aborrita! O amarissime dolcezze, quanto care mi costate! del mio piacere ho in un tempo e il piacere e il castigo, e mi trovo al fin caduta in un mar di doloroso pentimento. Che debbo dunque accusar il cielo e le stelle perverse?

MITIETO. Che cielo? che stelle?

CINTIA. Se da lor giri vengono le mie sventure.