AMASIO. Tu mi fai vergognar da dovero, e bisognarebbe veramente esser senza vergogna perché non arrossisse. Io mi vergogno che si trovi uomo cosí senza vergogna che mi venga innanzi con queste favole! Ma dubito che tu sia cosí senza vergogna come senza cervello.

ERASTO. E perché senza cervello, vita mia?

AMASIO. Perché altri che un senzacervello non potrebbe dir queste cose. Quando mi hai tu veduta o parlato prima, che mi vieni cosí sfacciatamente dinanzi a ragionarmi di cose cosí sfacciate?

ERASTO. Moglie mia cara, non bisogna mostrarsi cosí semplice e innocente. Qui è tuo marito e tuo padre, non hai altri al mondo che ti amino piú di noi. Bisogna per finirla venir al tronco, per non aver a goderci insieme di nascosto; e se non volevate venir ad un tal tronco, non bisognava sposarci insieme.

AMASIO. Come sei tu giaciuto meco, in sogno od in farnetico?

ERASTO. La notte passata non sète voi venuta a giacer meco insino all'alba?

AMASIO. Veggio che non solo sei pazzo, ma dubito, se tratto molto teco, che non impazzisca ancor io. Dove hai tu meco trattato mai?

ERASTO. In camera e in letto.

AMASIO. Tu non puoi esser gentiluomo né persona onorata, poiché in sul viso e in presenza di mio padre senza sospetto alcuno ardisci dir cose che non fûr mai per imaginazione, con tanto pregiudizio dell'onor mio.

ERASTO. Moglie mia cara, non dico ciò per infamar l'onor vostro, ché non ho per altro a caro la vita che per spenderla in vostro servigio; e quando per ogni minima occasione nol facessi, allor non sarei né gentiluomo né persona di onore.