NARTICOFORO. Se fusse donna, non arebbe cosí le lagrime a sua posta.
APOLLIONE. Veramente or ti raffiguro, fratello: perdonami se prima non son venuto a far il debito ufficio ch'io doveva.
GERASTO. Férmati, ché tu proprio desii d'essere ingannato. Questi a me, che son Gerasto, ha dato ad intendere che sia Narticoforo; a costui, che sia me; ad un servo, per tòrli certe vesti, l'ha fatto credere ch'era un dottor di legge; or per iscampar dal periglio dove si trova, dice che è tuo fratello.
PANURGO. Non si chiamò mia moglie Zenobia? né ti raccomandai questo figlio di duo anni, piangendo in braccia, quando partimmi?
APOLLIONE. Questo che dice è vero, e a me par mio fratello.
PANURGO. Non hai tu un segnale nella schena, ché avendoti in braccio, quando era piccino, ti fei cadere e percotere in una pietra aguzza, di che giacesti duo mesi in letto e ancor ne devi aver la cicatrice?
APOLLIONE. Questo è mio fratellissimo. O fratello ricercato e desiderato!
NARTICOFORO. Può esser che tu voglia essere cosí credulo?
APOLLIONE. Chi non è uso a mentire, crede ogniun che dica il vero. Ma io tocco la veritá con le mani.
NARTICOFORO. Io non posso imaginarmi uomo piú perfidioso di te: questi è un «doli fabricator Epeus», è un altro Ulisse che fece il cavallo igneo per prender Troia. Tu ne sei stato admonito prima, che persuade a ciascun che sia lui.