CLERIA. Ah, Essandro, or conosco che siete come gli altri uomini, che vedendo una donna che vi mostri qualche segno d'amorevolezza, subito volete abusar la cortesia col voler giungere a quel termine senza il quale l'amor par che sia nulla; e per sodisfarvi d'un capriccio di niente, volete vituperarla per sempre. Or non è questo piú tosto umore che amore? Pregovi dunque che non mi comandiate ch'io facci cosí gran torto all'onor mio: considerate bene la dimanda che mi fate, e siate giudice di voi stesso. Vostra sorella m'ave assicurato che da voi non mi sará chiesto cosa che ad onestissimo amor non si convenga: mi volete parlare, ecco vi ubidisco; accettate dunque col mio buon volere tutto quello ch'io posso.
ESSANDRO. E vi basta l'animo, signora mia, far cosí grande oltraggio al debito e alla riverenza che vi porto, cadendovi nell'animo ch'io disegnassi farvi cosí gran torto? Può dunque essere che, veggendomi scolpita nella fronte ogni mia voglia, facciate di me cosí iniquo pensiero? Non merita tanta asprezza la mia fede che vi osservo, né l'inestimabil amor che vi porto, amandovi sovra ogni cosa mortale. V'ho chiesto questa grazia sol per iscovrirvi certi secreti de' nostri amori, non con quello animo certo che stimate; e con questo desiderio son venuto a provocar la grandezza del vostro animo a una grazia cosí segnalata. Tranquillate dunque ogni torbido del vostro cuore e scacciate da voi cosí vano sospetto. E se fedel servitú merita qualche guiderdone, fate forza a voi stessa a sodisfarmi; che qui si tratta di far cimento della realtá dell'amor che dite portarmi, e di dar vita ad uno che ha sol cara la vita per spenderla in vostro onore.
CLERIA. Padron mio caro, se son caduta in error di troppa amorevolezza, non vorrei cader in opprobrio di troppo sfacciatezza e disonestá; onde vi prego a non far cosa onde giuntamente abbiamo a pentircene, anzi voi stesso debbiate portarmene odio perpetuo. E se la cosa amata può impetrar alcuna grazia dal suo amante, vi prego che soffriate questo disgusto e compensiatelo per quando saremo nostri, col ricordo di non aver fatto mai cosa che onestissima non fusse stata.
ESSANDRO. Misero me, non ancor conoscete la mia fede a mille segni? Assicuratevi tutta nella mia fede, che la troverete piú fedele dell'istessa fedeltá, e sappiate che dubitar nella fede dimostra infedeltá.
CLERIA. S'io non fusse fidelissima, non vi arrei amato e servito con tanta fede.
ESSANDRO. E se mai fedel amor meritò che gli sia prestato fede, credetemi a questa volta; e se altramente vedrete succedere, vo' che la vendichiate con quanta asprezza e crudeltá meritarebbe cosí iniqua discortesia. Io non ardirò alzarvi gli occhi su il viso, né far altro di quello che da voi, mia regina, mi sará espressamente comandato.
CLERIA. L'amor che vi porto e la gelosia che ho dell'onor mio, stanno al pari ad una bilancia. Dio sa come posso negarlovi.
ESSANDRO. Non mi avete detto poco anzi, signora, che voi me vi donavate e che eravate mia? Dunque, come di cosa mia ne vo' disporre a quel che voglio, né voi potrete negarmi cosa alcuna; e il negarmi questa grazia è il negarmi voi stessa.
CLERIA. Io non niego che non me vi abbi donata e che non sia tutta vostra; ma in quel solo che può apportar biasmo e disonore al nostro commune amore, mi sottraggo dal vostro imperio: e in quello mi prestiate per un poco a me stessa, e poi subito torno ad esser vostra piú che era prima.
ESSANDRO. La donazione fu libera e senza queste eccettuazioni: vi dovevate pensar prima che donarmevi. Or essendo mia, vo' disponere di voi come di cosa propria.