ATTILIO. Ahi, ch'essendo in casa mia, pensava esser in porto, dove sperava riposo di tutte le nostre amorose tempeste!
CLERIA. Maladetto porto, dove s'affondano tutte le nostre speranze, e dove rabbiosi corsari cercano spogliarci de' nostri preciosi tesori: parvi bel porto questo?
ATTILIO. Anima mia, con la speranza del bene rasserenate la mente e il volto, e con le lacrime non ci facciamo cosí tristo augurio, se non per altro, almeno per non dar tormento a me; ché a voi non piove una minima lacrimuccia dagli occhi, che a me tutti non siano rivi di sangue, che mi piovono dal cuore.
TRINCA. E quando finiranno tante parole?
CLERIA. Dolcissimo mio bene, non posso far che la miseria, dove mi trovo, non mi trafigga: bisognarebbe un cuor di sasso per non dolermi. Mi sforzerò chiuderla nel mio cuore, ché ho piú a caro il vostro contento, che di sfogare il mio dolore.
ATTILIO. Statemi, di grazia, allegra e di buona voglia, ché il tempo suol apparar occasioni di remedi, e nelle adversitá far cuor franco e valoroso.
TRINCA. Che tanti cicalamenti! Ecco vostro padre.
ATTILIO. Trattienlo un poco.
CLERIA. Venite su e rallegratemi.
TRINCA. Sí, sí, cicalate un altro poco.